Fabrizio Gambini – Circolo di psichiatria

Circolo di psichiatria

Nel 1793, quando fu nominato Direttore dell’Ospedale di Bicêtre, Pinel libera i folli dalle catene. Così almeno narra l’iconografia classica e, in qualche modo, è sorpreso dalla constatazione che la follia non scompare con la scomparsa del Regime che l’aveva segregata e contenuta.

Oggi, nel 2011, una comunità di professionisti del campo guarda sbigottita e attonita una follia che non cessa di presentarsi come tale, nonostante quella che era stata pensata come una buona politica per la salute mentale.

Io penso che ci si debba arrendere all’evidenza che nella follia c’è qualcosa di strutturalmente irriducibile e, nello stesso tempo, di profondamente umano.

Questo significa che non c’è forma di legame sociale, o di politica della salute, che metta al riparo dal suo affioramento, che è in qualche modo indipendente dal contesto in cui si esprime. Per meglio dire: è certo che non tutti i contesti sono equivalenti, che ne esistono di migliori e di peggiori e che contesti diversi possono determinare espressioni anche molto diverse tra loro, ma è anche certo che non c’è contesto capace di convivere armonicamente con l’espressione individuale della sofferenza indotta dalla malattia di mente. Il brutale affioramento di un significante che viene presentarsi nel Reale dei nostri pazienti psicotici non può che lacerare la tela parzialmente immaginaria attraverso la quale noi cogliamo la realtà.

La grande lezione della psicoanalisi è che di questo si tiene conto non come un incidente di percorso, bensì come di un fatto che, prima di tutto, ci interroga sulla nostra stessa condizione di uomini.

A partire da questa considerazione abbiamo dato vita ad un “Circolo di psichiatria” il cui scopo non è quello di individuare una buona politica dei servizi, bensì quello di facilitare la conduzione di una buona pratica psichiatrica nel contesto in cui ognuno di noi si è trovato, si trova, o si troverà a lavorare.

Qui di seguito ripropongo la lettera con la quale è stata presentata una proposta accolta da un gruppo di persone di buona volontà che hanno preso a riunirsi a Torino nella sede dell’ALI. La prima riunione si è tenuta mercoledì 19 ottobre alle ore 21.00 presso la sede dell’Associazione Lacaniana Internazionale Torino (C.so Vittorio Emanuele 172).

Come si troverà scritto nella lettera, è aperta all’iniziativa di ognuno la possibilità di dar vita a qualcosa di simile in ognuna delle sedi di Ali in Italia.

 

Circolo di Psichiatria

(Gruppo di lavoro rivolto ad operatori dei Dipartimenti di Salute Mentale)

 

La proposta si rivolge ad operatori della salute mentale indipendentemente dal fatto che siano questi assistenti sociali, educatori, infermieri, medici, operatori sociosanitari o psicologi.

La partecipazione al gruppo è indipendente dalla formazione specifica di ognuno, mentre in comune abbiamo tutti una pratica di lavoro e la difficoltà di investire questa stessa pratica di una riflessione clinica che sia all’altezza delle sfide che oggi la psichiatria deve affrontare.

Io penso che una clinica psichiatrica sia possibile, e che possa non essere quella asfittica dei codici diagnostici (DSM/ICD), senza per questo diventare empirica, intuitiva e pressoché puramente volta ad orientare una psicofarmacoterapia altrettanto “intuitiva”.

Anzi, se vogliamo essere più precisi, ma forse anche più incisivi, so che una clinica è possibile. È possibile costruirla nonostante le difficoltà, la pigrizia, la fatica che costa opporre un minimo di resistenza alla cosiddetta evidenza su cui si baserebbe la EBM (Evidence Based Medicine).

Questo è certamente vero per la clinica tradizionale (grandi nevrosi, psicosi, grandi fobie e perversioni) ma anche, e forse soprattutto, per la Nuova Economia Psichica, che vede gli operatori alla prova dell’incontro con l’uso o l’abuso di sostanze, con i Disturbi di Personalità, con comportamenti anoressici o bulimici che vanno ben al di là di un supposto Disturbo della condotta alimentare e con altre fragilità di varia, e presumibilmente nuova, natura. Queste ultime situazioni poi, sono spesso costituite da forme miste, per le quali il concetto di “doppia diagnosi” rappresenta più un’ impasse concettuale, che una modalità di comprensione del fenomeno.

La proposta che vi rivolgo avviene attraverso lo strumento dell’Associazione Lacaniana Internazionale di Torino, ma non costituisce un momento organico dell’insegnamento che l’Associazione da anni svolge a Torino come avviene in altre città italiane o in molti paesi esteri.

Piuttosto penso a qualcosa come una specie di ospitalità: un gruppo di operatori che si incontra una volta al mese attorno ad un tema clinico, che propongo chiamare “Il tratto del caso”.

Questo sarà trattato, nel dovuto anonimato e garantendo la non identificabilità della persona, partendo da un particolare, uno scambio, un atto, una tranche clinica, qualcosa insomma che si presti ad essere identificato come significativo del funzionamento strutturale del soggetto. Da qui si cercheranno di trarre considerazioni che possano portare ad un approfondimento teorico delle strutture che saranno riconosciute operanti.

Volentieri metto alla prova dell’esplicitazione, dell’elaborazione e della discussione, casi desunti dalla mia personale esperienza, ma vi sarà spazio, per chiunque lo desideri, di confrontarsi sulle situazioni cliniche che possono apparire particolarmente problematiche o significative.

Chiederò anche ad amici e colleghi non torinesi di promuovere iniziative simili in altre città italiane (Milano, Napoli, Roma) e, se sarà possibile, si potrebbe pensare a scambi regolari e ad un incontro annuale dei Circoli di Psichiatria.

Direi che questo può bastare per delineare un progetto di lavoro che parta da qualche parte per aspirare a diventare un progetto comune.

Mi piacerebbe che ognuno si sentisse libero di re-indirizzare questa lettera a chiunque pensi interessato alla proposta in modo da costituire un gruppo ampio di lavoro che, in sé, sarebbe indice di un problema ampiamente condiviso e, assieme, una garanzia per provare a costruire un percorso non dottrinale di ricerca

Fabrizio Gambini

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