Marilena De Luca – Quale insegnamento otteniamo dai nodi?

Può aiutarci  il testo intitolato “Livre compagnon de R.S.I.” che costituisce la registrazione del seminario introduttivo a R.S.I. che Ch. Melman tenne nel ’91. Melman parte dalla questione generale dell’insegnamento della psicanalisi per poter arrivare a dire quale sia l’insegnamento che ci proviene dal nodo borromeo. E’ estremamente illuminante il modo in cui evidenzia come l’insegnamento della psicoanalisi diventi esso stesso un sintomo se si trova a scivolare sull’idea di formare dei saggi detentori di un sapere universale, un tutto che riguarda tutti anziché tendere a formare qualcuno che sappia farci con l’inconscio e con la verità del suo godimento. ( Vedi R.S.I. Introduzione p. 11 , e poi alla 1° lezione dove Lacan  ci dice che l’analisi è un rimedio contro l’ignoranza, ma non ci mette al riparo dalla coglioneria, come esito di un’analisi non riuscita, che non è la stessa cosa dell’imbecillità a cui ci condanna la struttura,) Ridotto a sintomo (e quindi a qualcosa che appartiene al Reale p. 9 e quindi a qualcosa che è strettamente impensabile p.14), diventa un sapere allineato agli altri saperi, soggetto allo stesso destino di insoddisfazione che da Socrate alla scienza condanna a considerare “impasse” superabile l’insoddisfacente (p.18 e 47 – e poi ancora a p. 197), esponendo all’errore tipico del funzionamento nevrotico di trattare come difficoltà ciò che è un impossibile, un impossibile universalizzazione.

Proprio nello svelamento di questo equivoco la psicanalisi assume rilievo rispetto agli altri discorsi , ponendo a proprio fondamento l’insoddisfazione dell’universalizzazione, cioè l’impossibilità di dire “tutto” su  “tutti”.

Per di più, questo impossibile (nominato anche come castrazione o impossibilità del rapporto sessuale) lo poniamo in posizione dominante:

il che significa porre il Reale, cioè “a” a fondamento di un’etica (p.11 ) per effetto della quale non si tratta né di un vero sapere “quello vero”, né di un sapere interrogato come il vero. (A p. 107  va a dire che il Reale è l’avversione del senso nell’anti-senso e ante-senso. Un qualcosa che non è nulla se rende conto di ciò di cui si tratta, cioè dell’immondizia di cui il mondo si monda,se tant’è che c’è un mondo. …L’ek-sistenza dell’immondo, cioè di ciò che non è mondo, ecco il Reale nella sua essenzialità)

Lo cogliamo bene nell’algoritmo: il sapere dell’inconscio S2 fonda ciò che di reale ci riguarda come Sdeterminati da un godimento posto in posizione di verità.

Cioè questo godimento S2, che entra in funzione a partire dal fatto che non c’è rapporto sessuale, non è interrogato come vero, ma funzionando nel luogo della verità, viene per dire questa verità:

- Che c’è dell’impossibile,
- Che c’è del Reale,
- Che c’è la castrazione.

Con questo fondamento possiamo dire che la psicoanalisi è un discorso che mette in luce le aporie, le contraddizioni su cui si fondano gli altri discorsi. ( Ch. Melman, “Livre compagnon de R.S.I.” p.25) La psicanalisi mette cioè in evidenza come gli altri discorsi, vecchi o nuovi che siano, trattano questa verità. (v. tra le altre R.S.I. p. 125 dove chiarisce come il nodo sia per lui la rappresentazione del Reale, di ciò che ek-siste e che  forza un certo modo di  girare attorno, il nodo   aiuta a spostare la questione, per se stessa insolubile, dell’obiettività)

In che cosa trova consistenza questo discorso?

Non la trova sul livello simbolico, come la logica e la matematica in cui una teoria si tiene finché qualcuno non è in grado di contraddirla. Anzi nella psicoanalisi è proprio dalla contraddizione che si parte. (v p. 44  – “…questa consistenza è un’altra cosa da ciò che noi qualifichiamo, nel linguaggio come principio di non contraddizione, ebbene questa cosa è questo tipo di figura per il motivo che ha in sé qualche cosa che sono costretto a chiamare una “consistenza reale”, perché è questo che è supposto.”) Non è data dal senso, che sappiamo appartenere all’Immaginario e che va a promuovere il senso sessuale, il quale non dà garanzia di essere nel vero. Un’interpretazione sistematicamente sessuale non ci assicura per nulla che siamo nel vero anche se un sintomo può dissolversi quando si scioglie il senso sessuale a cui è legato. La possiamo fondare sulla conoscenza dell’esperienza edipica, cioè quel Reale messo in gioco dal N.d.P. Questo fatto ci vede legati in modo eguale  all’esperienza religiosa, anche se per la religione si tratta di realizzare il Simbolico dell’Immaginario e per la psicanalisi di simbolizzare il Reale dell’immaginario (v. Annexe II à la leccture du 17 décembre) La psicanalisi fondandosi sulla castrazione, pone che tutte le proposizioni che partano da lì si rivelino  consistenti rispetto a questo assioma. Il che ci fa chiedere se allora le possiamo stimare compatibili con l’analisi. Per Melman questa è una posizione relativamente solida e sana, perché a tenersi su questa pista non ci si inganna troppo. Ma dice anche che il fine ultimo dell’analisi è qualcosa che riguarda la partecipazione alla “festa fallica”. Se dobbiamo porre il fondamento della validità dell’analisi sull’Edipo, su ciò che ne è del Reale grazie al N.d.P., la fine di un’analisi si riassume allora nella possibilità per un S di partecipare al Jφ e di tenersi di fatto ingabbiato in un transfert perpetuo sulla figura paterna sempre presente a vegliare sul bene dei suoi soggetti. C’è da pensare a quali siano le conseguenze di una simile opzione. Questa è l’aporia della psicoanalisi. (Ch. Melman, “Livre compagnon de R.S.I.” . p. 84-85)

Come risponde il nodo borromeo a questa questione?

Il nodo su questa questione introduce una novità:

Prima il Reale veniva trattato come la categoria dominante sia da Freud che da Lacan stesso nei 4 discorsi.

Il nodo tratta il Reale non più come dominante, in R.S.I. Lacan porta a compimento l’idea del  Reale come registro del tutto omogeneo agli altri 2. (p.42 in cui  si appoggia sul matematico Peano per far cogliere che la catena è costituita da 1 non gerarchizzati come numeri ordinali)

Se trattiamo così il Reale, la consistenza del nodo resta tuttavia sottomessa al N.d.P.? Occorre l’intervento del N.d.P. perché i tre registri si tengano insieme?

Lacan ha risposto che l’intervento del N.d.P. è necessario per permettere quei tipi di incrocio che consentono agli anelli che rappresentano i registri di realizzare la loro tenuta! Anzi va a dire che il Nome-del Padre non è altro che il nodo (p.108 e seguenti) e va a chiarire in che cosa consiste l’interdetto, il divieto d’incesto, uscendo dal rischio di una lettura storicizzata del Complesso d’Edipo, sottolinea che l’interdetto consiste nel buco del Simbolico. “E’ necessario del Simbolico   perché appaia individuato nel nodo quel che non chiamo tanto il Complesso Edipico, non è mica il complesso questa cosa. Io la chiamo il Nome-del-Padre. Il che non vuol dire altro che il Padre come Nome, ciò che all’inizio non vuole dire niente, non solamente il padre come nome, ma il padre come nominante.” ( p.160).

In un tempo ancora successivo propone una formula piuttosto ambigua ipotizzando un “poter andare oltre il N.d.P. a condizione di sapersene servire” per far sì che l’annodamento tenga. Per J.P. Hiltenbrand Lacan suggeriva che se la cura permetteva l’installarsi del Nome-del-Padre, la funzione di essa consista nel condurre il soggetto a poterne fare a meno. (Dizionario di Psicanalisi di Chemaman e Vandermersch, Gremese ed., alla voce Nome del Padre nel capitolo dedicato a “La nascita della religione come sintomo” p,226).

Si può tentare di mettere alla prova la sovversione  che Lacan introduce tra teoria e pratica, alla luce di quanto detto finora unitamente al fatto che per noi non si tratta di rispondere alla sofferenza, in quanto tale tentativo avrebbe l’effetto di avere il rimando: “non è di questo che si tratta”.

Ci sembra invece di aver incontrato un tentativo di affermazione del tipo “è di questo che si tratta” e la psicanalisi ridotta a sintomo in un articolo de “La Stampa” del 18.10.2011 che descrive il tentativo sperimentale della Clinica Universitaria di Psichiatria di Torino di rafforzare il transfert grazie ad una scarica magnetica a cui è attribuito il potere di allentare “le resistenze” al transfert. Può essere letto come l’enunciato di un discorso universitario e non solamente perché da quel luogo proviene.

Sembra presentare un’eccedenza di Immaginario tale che l’oggetto è positivizzato, il S è trattato come un Io debole da nutrire di cibo rispetto a cui resiste. Possiamo rappresentare la cosa attraverso l’algoritmo:

E’ rilevabile la seguente aporia: è possibile realizzare il fantasma di padronanza, se un S

si assoggetta  ad un sapere preso come vero S2 che si rivolge ad un oggetto a,

positivizzato  nel reale e supposto essere il cibo (quando può essere lo sguardo, o il seno, o le feci)

Il tutto suona come una spinta verso una soluzione perversa in quanto il giro del discorso universitario tende a risolvere la difficoltà del fantasma, realizzandolo.

Possiamo intendere che la difficoltà del fantasma abbia a che fare con il limite nel Reale imposto dal N.d.P.

Possiamo però domandarci se il fantasma si realizza, siamo immediatamente nella perversione?

Che cosa accade se mettiamo la questione alla prova della clinica?

La clinica ci dice che se il fantasma si realizza si possono produrre degli effetti soggettivi molto strani, che vengono a dipendere da dove parte quel particolare S.

Melman sostiene che: “il fantasma si realizza quando un S reclama di non avere a che fare con il significante; poiché abbiamo sempre a che fare con il significante, il S può decidere di non esserne più dupe. Ne ha abbastanza di essere un’immagine e che lo sia il suo partner”.

Che cosa succede in quel momento? Quando un Snon vuole più oscillare tra prendersi lui stesso come ideale o prendere “a” come ideale, reclama, domanda qualcosa di più sostanzioso di un’immagine. In quel momento si annulla questa differenza, questa relazione tra significanti, tra il significante e la lettera, l’oggetto “a” perde la sua posizione/funzione  metaforica, il fantasma cade, si realizza. L’oggetto “a” si sostantifica e diventa presente, reale, consumabile, o l’inverso:non consumabile, assente, etc…(anoressia)

JA non bordato da Jφ fa sì che si mescolino JA+ Jφ+ a. JA risulta tutto positivizzato.

L’angoscia è l’impossibilità di rinuncia al JA.  Perché dovrei rinunciare? Chi me lo vieta?

L’inibizione si riduce a voce morale: “non va bene”, un monito in sottofondo che non può essere altro che questo. Non rinforza la tenuta di , ti angoscia. Si ricompone qualcosa nel momento in cui il N.d.P. è Reale, è la Legge, nel senso che per esempio  interviene una denuncia ai carabinieri. Funziona un N.d.P. contingente. Allora l’inibizione torna al suo posto, l’angoscia per la perdita di JA sparisce. La perdita del JA diviene rinuncia sopportabile, un “non per sempre” la rende tollerabile.

A questo punto ci si può chiedere quando siamo in presenza di un fantasma che si realizza nella nevrosi (può essere il caso di un pz. isterico con sintomatologia fobica, il cui “andar oltre” il N.d.P. comporta che il suo desiderio sessuale si realizzi con tutte, ma non con la moglie con cui è impotente) rispetto a quando siamo in una perversione.

Per affrontare la questione torniamo a l”Livre compagnon de R.S.I.” Alla fine della lezione dal pubblico viene domandato a Melman se nel corso della sua esposizione riguardante la possibilità per il S di dividersi tra nevrosi e perversione, abbia intenzionalmente tralasciato la perversione. Gli viene domandato come avvenga l’annodamento nella perversione e se Lacan lo abbia affrontato.

Risponde:”Riguardo all’annodamento della perversione, ha cercato di fare applicazione dei nodi. Promette di essere più preciso in futuro”, ma dice “che ciò che si testimonia nella perversione, ciò che permette ai tre anelli di tenere insieme è la qualità, in senso metaforico, è la qualità particolare dell’oggetto piccolo a mantenuto al centro. Nella perversione la permanenza, la sostantificazione dell’oggetto a, la prevalenza della sua immaginarizzazione, e forse questo non è metaforico, permette che i tre registri tengano insieme” [p.17-18]

Sembra di capire che si tratterebbe di una qualità che fa di “a” un oggetto e solo un oggetto, senza possibilità di essere metaforizzato, ciò farebbe di “a”, per così dire, un oggetto vischioso, con qualità di collante.

In effetti nella clinica della perversione capita di assistere a effetti drammatici dell’ordine dell’angoscia, della depersonalizzazione, dello scompenso psicotico  nel momento in cui la presentificazione di piccolo a viene a difettare.

Con prudenza si può evocare un interrogativo su un effettivo annodamento dei registri nella perversione, Sembra essere l’immaginarizzazione prevalente dell’oggetto a che li mantiene. Se questa immaginarizzazione sparisce, tutto il campo sparisce. E questo lo possiamo dire a partire dal nodo, senza il nodo non lo possiamo dire. Lo possiamo dire metaforicamente in altri modi, ma partendo dal nodo tutto ciò si coglie in modo più pregnante. Nella clinica delle tossicomanie la questione degli effetti non è del tutto isolabile dalla componente biochimica, ma nella clinica abbiamo chi non tollera di abbandonare il controllo dello sguardo  e qui l’effetto di angoscia o peggio non può essere attribuito alle caratteristiche chimiche dell’oggetto.

Intervento al seminario annuale di studio su R.S.I. tenuto il 2 giugno 2012 a Torino

 

 

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