Janja Jerkov – Di Reale e di Nodo borromeo

“Vorrei quest’anno parlarvi del Reale”: così inizia il seminario RSI introducendo da subito i tre registri e quel Nodo borromeo entrato prepotentemente nel discorso di Lacan a partire dall’“Io ti domando di rifiutare ciò che ti offro perché non è quello” di …ou pire (9 febbraio 1972).[1]

Olivier Coron nel dicembre scorso a Milano (fondandosi su ciò che Lacan afferma in Les non dupes errent,[2] e cioè che il Nodo borromeo serve a qualcosa che non è una definizione del soggetto e che la topologia – a differenza della metafisica – è una questione di puri posti) ha definito il Nodo borromeo “topologizzazione di un dire”, “fatto di discorso”.[3] Io vorrei a mia volta sottolineare che il Nodo borromeo è uno strumento indispensabile per definire la tattica della cura, come ha esplicitamente enunciato Lacan nel suo ultimo seminario a Caracas: “Ho dato questo ai miei. Ho dato loro questo perché si ritrovino nella pratica.” (Seminario di Caracas 15.07.1980).

Il Nodo borromeo è il tentativo di Lacan di rispondere a una questione essenziale della cura. C’è infatti un dire che presenta un’immagine uditiva (Immaginario) e una logica (Simbolico), ma ciò che si dice parla d’altro. Nella clinica si producono degli effetti che non riguardano ciò che si dice, ma si producono a partire da ciò che si dice. Si producono perché la psicanalisi, attraverso la parola, opera su un Reale. Ma che cos’è, allora, il Reale?, si chiede Lacan. Come possiamo attingere qualcosa dal Reale con ciò che diciamo? E come possiamo operare su di esso?

La grande intuizione di Lacan è stata che c’è una connessione tra ciò che viene detto (Simbolico e Immaginario) e questo Reale. E, dal momento di tale prima intuizione, tutta la sua elaborazione clinica ha cercato di dare una risposta agli interrogativi sollevati nel corso di un costante e sempre più stringente processo di avvicinamento al Reale – processo del quale possiamo identificare le scansioni principali.

Nel 1953 Lacan consuma la sua rottura con la SPP (Società Psicanalitica di Parigi), apparentemente a causa del funzionamento eccessivamente medicalizzato e troppo preso da meccanismi di potere di quest’ultima. In realtà, il testo SIR (atto fondativo della nuova SFP – Società Francese di Psicanalisi – e perciò stesso ancora più importante di Funzione e campo della parola e del linguaggio in psicanalisi, originariamente concepito come intervento a un Congresso) pone alcuni problemi teorici maggiori, palesando il motivo della irriducibilità del lavoro di Lacan a quello degli altri psicanalisti.[4] C’è però una lacuna sul Reale: Lacan ne ha avuto l’intuizione, ma è ancora agli albori del lungo processo che lo porterà al Nodo.[5] Accoppia infatti i registri a due a due, secondo una scrittura di tipo lineare e a carattere ciclico: l’analisi nasce per lui da un interrogativo, procede fino a che questo interrogativo non tocchi qualcosa del Reale, riparte quindi per un altro giro sino a giungere a una nuova formulazione del problema iniziale e ancora daccapo. La serie degli abbinamenti proposta da Lacan è la seguente:

-rS-rI-iI-iR-iS-sS-sI-sR-rR

Al momento d’inizio di un’analisi abbiamo rS: “realizzare il simbolo rS” (è la funzione svolta dall’analista nei confronti di chi lo viene a consultare). Successivamente subentra la fase immaginaria rI-iI-iR-iS- articolantesi in vari momenti logici: rI realizzare l’immagine (quando, cioè, il soggetto fa il suo ingresso nel gioco Immaginario), iI immaginare l’Immagine (quando l’immagine viene catturata nella realizzazione Immaginaria e sta alla capacità dell’analista “di comprendere il gioco giocato dal suo soggetto”, nonché il proprio posto in quel gioco), iR la fase della resistenza, (“fase di transfert negativo o perfino, al limite, del delirio che c’è nell’analisi”), iS l’immaginazione del Simbolo (l’immaginarizzazione del significante come avviene nel sogno: corps beau/corbeau). Attraverso la simbolizzazione del simbolo sS (corrispondente all’operazione dell’interpretazione) si ha “l’elucidazione del sintomo” che gioca sulla lettera e permette di simbolizzare l’Immagine sI, per giungere finalmente alla simbolizzazione del desiderio del soggetto (sR). Il finale rR, ossia la realizzazione del Reale, esprime la neutralità benevola con cui l’analista interviene sul discorso del paziente (ossia il fatto che per l’analista tutte le realtà sono equivalenti giacché, all’epoca di SIR, per Lacan il Reale è razionale).

M. Darmon[6] osserva che la scrittura  di SIR costituisce una combinazione di lettere minuscole (designanti le operazioni) e maiuscole (designanti i diversi registri) e che essa non è una semplice notazione giacché possiede una propria struttura: siamo infatti davanti a una permutazione circolare di RSI, coniugata con le lettere r, i, s messe in colonna:

r                  RSI

i                  IRS

s                 SIR

La lettura dello schema si fa riga per riga: nella prima riga rR-rS-rI, nella seconda iI-iR-iS, nella terza sS-sI-sR e si ricomincia. Darmon ricorda anche che il gioco delle permutazioni tornerà in La relazione d’oggetto (riguardo allo schema della mancanza di oggetto così come quest’ultima viene disposta da Lacan nei tre registri della castrazione, frustrazione e privazione) e in Les non-dupes errent, quando Lacan parla delle permutazioni che danno luogo al nodo levogiro.[7]

Se con SIR siamo decisamente nell’epoca del c.d. “primato del Simbolico”, già con lo schema L (lavorato nel Seminario IV La relazione d’oggetto 1956-1957) il discorso cambia perché Lacan cerca di mettere insieme tutti e tre i registri.

Il Reale qui c’è, anche se non si vede: figura sull’asse A -S sul quale Lacan scrive l’Inconscio. L’Inconscio sottintende infatti la pulsione, la quale a sua volta implica il godimento, ossia il Reale.

Nel 1958 (Di una questione preliminare ad ogni trattamento possibile della psicosi) Lacan passa allo schema R, in cui per la prima volta introduce il Reale dicendo che è il luogo dove viene a disporsi il soggetto, cioè a ricoprire il campo R della realtà:

Il soggetto opera, produce degli effetti nel Reale. Ma il Reale dello schema R non è ancora “puro”, è commisto di realtà (Lacan parla espressamente di “campo della realtà”). Non siamo ancora al Reale del Nodo borromeo, anche se nella famosa Nota aggiunta nel luglio del 1966 in occasione dell’edizione degli Scritti,[8] Lacan preciserà che nello schema I e S costituiscono i campi dell’oggetto e che la Realtà si sostiene grazie all’estrazione da essa di a piccolo.

Gli anni 1958-1959 corrispondono all’epoca dei grafi. Due sono i grafi costruiti da Lacan: il primo, nel Seminario V, a partire dal punto di capitone (e ruota dunque attorno al significante), il secondo, con il Seminario VI (1959-1960), a partire dal desiderio: più precisamente dal significante che manca nell’Altro, cioè da un vuoto in cui – invece di un significante – opera un Reale.

Il 1961-1962 è l’anno del Seminario IX. L’identificazione. Succede la fase della topologia delle superfici (striscia di Möbius, toro, bottiglia di Klein, piano proiettivo) con cui Lacan formalizza la topologia del bordo (ossia della significazione fallica). In questa fase il soggetto ha rapporto non con una mancanza assoluta, ma con una mancanza definita a partire da una presenza: quella del significante in quanto segnato dall’impossibilità di dire l’oggetto, il desiderio. Non avremmo infatti  un’articolazione significante (che fa da bordo) se non ci fosse un vuoto da circoscrivere (Reale). Successivamente, negli anni ’70, il compito di rimandare all’oggetto che (in quanto impossibile a dirsi, cioè in quanto coglibile solo attraverso le sue frantumazioni metonimiche sul corpo) non è né Simbolico né Immaginario, bensì punto di annodamento dei tre registri sarà affidato alla lalingua e, in particolare, al rapporto di questa con il godimento. Ai tempi della topologia delle superfici Lacan si concentra però sul mettere in relazione soggetto e significante, soggetto e oggetto, soggetto e Altro, non riuscendo ancora a trovare un posto preciso per il godimento né a mettere a fuoco il Reale.

Nei Quattro discorsi (cfr. Seminario XVII Il rovescio della psicanalisi. 1969-1970) il Reale è presentato come un impossibile a dirsi. Per es. nel discorso del Padrone (Maître),

il piano del Reale è in a, che rappresenta un resto e una castrazione per il soggetto S/, nonché il posto del godimento. L’Immaginario è invece rappresentato da S2 perché, essendo in primo luogo costituito da un’impressione uditiva, il significante è immaginario ed è solo S1 che, nel metterlo in catena, lo rende Simbolico. Nemmeno nel discorso del Padrone, tuttavia, il Reale trova la sua matematizzazione: manca il posto per l’incognita x che organizza il discorso.

ou pire apre la stagione dei nodi. Il 9 febbraio 1972, Lacan presenta il nodo dell’isterica in cui considera in modo esplicito l’insieme dei tre registri e in cui per la prima volta abborda il Reale nei suoi rapporti con il Simbolico e con l’Immaginario.

Nel frattempo la sua attenzione è venuta inesorabilmente spostandosi dalla riflessione sul linguaggio a quella sulla lalingua (molteplicità inconscia di elementi differenziali che non fissano il senso: l’Inconscio non ha grammatica)[9] e, insieme, a quella sul Simbolico senza metafora. Abbandona in questi anni l’idea di metafora del soggetto in favore della riflessione sul nome proprio (il quale, poiché non è un significante, costituisce la forma singolare e infalsificabile del parlessere); l’Immaginario che precedentemente era indotto dalla metafora e si definiva come significazione ora si rivela “corpo” (corpo senza la significazione fallica, forma colonizzata da rappresentazioni “imbecilli”, cioè fuori-senso); il sintomo diventa funzione della lettera (cioè funzione di godimento di qualunque elemento dell’Inconscio, che da allora Lacan chiamerà “lettera”)[10]; il Nome-del-Padre non è più funzione di significante, ma di annodamento, risultato di un dire di nominazione (che può avere effetti simbolici, ma non è in se stesso funzione simbolica).[11] Sono tutti quanti i pilastri della nuova costruzione lacaniana dell’Inconscio Reale, fatto di “uno” incarnati, fuori catena, fuori senso – un Inconscio Reale che non si interpreta, si incontra sotto forma di emergenze puntuali, “qualcosa che resta indeciso tra il fonema, la parola, la frase, tutto il pensiero” (Encore). E’ un Inconscio che non si raggiunge più con la logica (“le truc analytique ne sera pas mathématique”, Encore) e si manifesta nelle epifanie di Joyce.

Il Nodo borromeo diviene allora lo strumento indispensabile forgiato da Lacan per tentare di lavorare su questo Inconscio Reale di cui parlessere è il nuovo nome e LOM la scrittura (dell’Uno costituentesi a partire dall’annodamento delle tre consistenze).[12] Il Reale in questo Nodo è ek-sistenza, cioè non più semplice impasse della formalizzazione logica (“impossibile a dirsi e a pensarsi”, “ciò che non cessa di non scriversi”), ma un Reale che essendo fuori Simbolico, non fa più da bordo a questo Simbolico ed è puro vivente.

A proposito di questo Reale, Lacan ci dice che esso costituisce una delle tre consistenze del Nodo e che Reale è anche il Nodo borromeo in sé. Come può essere?

Per tentare di rispondere a questa domanda dobbiamo per prima cosa tenere presente che nella clinica noi non lavoriamo direttamente sul Reale, sul Simbolico, e sull’Immaginario, ma sul modo in cui il soggetto organizza tali registri, su ciò che il soggetto fa rispetto ad essi. Il nodo non presenta né il posto del soggetto, né quello del desiderio e però il soggetto costituisce il fondamento della struttura borromea: l’insieme costituito da RSI implica infatti il soggetto in quanto desiderante. Il soggetto non è il prodotto dei tre registri, ma con il suo essere ne sostiene la consistenza. Di conseguenza: se ci occupiamo dei tre registri, automaticamente ci occupiamo di soggetto. Un po’ come succede a proposito di S1 e S2: S2 suppone sempre un S1, perché S2 è ciò per cui S1 rappresenta il soggetto. S1 non è di per sé un significante, ma permette al significante di esistere per la sua conformazione in catena. Il Nodo borromeo è, rispetto al soggetto, l’equivalente di ciò che S2 è rispetto a S1. Il soggetto è una funzione: noi non avremmo i tre registri senza un soggetto che con la sua intenzionalità li abbia prodotti.

Da dove vengono RSI? A cosa ci riferiamo della vita, quando li nominiamo?

In realtà, i registri sono tre più uno, perché l’esistenza umana non esiste senza.

Il bambino viene al mondo preso in una relazione sociale con le persone circostanti: è il Simbolico che governa l’esserci della molteplicità degli umani. Siccome siamo in tanti abbiamo bisogno di regole, dobbiamo comunicare mettendoci in relazione; nasce il patto (nel quale la parola data rappresenta ciascuno dei due contraenti che entrano nel patto), l’interdetto (con i rapporti di parentela), il dono (dare qualcosa e non volere niente in cambio), il linguaggio (che impone una sua logica e la sua dialettica).[13]

Il bambino è, però, al tempo stesso dotato di una configurazione organica che porta in sé effetti del suo corpo sviluppantesi nel mondo in cui egli è preso (senza corpo non possiamo incontrare il Reale): è il registro dell’Immaginario, ossia l’insieme delle rappresentazioni di effetti di corpo, di ciò che attiene al nostro corpo.[14]

I figli della coppia bellissima che saranno per forza fortunati: anche i nonni lo dicono. Una miriade di piccoli fatti come questo concorrono a costituire un patrimonio dal quale il bambino non potrà prescindere perché gli appartiene, anche se non gli viene detto apertamente, e del quale porterà gli effetti. Questa parte indicibile noi la chiamiamo Reale ed è assolutamente unica del soggetto. In psicanalisi noi lavoriamo servendoci dello strumento Simbolico per lavorare (utilizzandone la logica e la dialettica) sull’Immaginario, giacché è l’Immaginario (che nel Nodo borromeo è posto sopra l’anello del Reale) a far passare effetti di Reale.

Il registro è qualcosa che noi nominiamo, ma appartiene al soggetto. Il modo in cui teniamo insieme i tre registri è una scelta soggettiva, che sfugge alla nostra consapevolezza. Sintomo è ciò che risulta dalla messa insieme di RSI per il soggetto che va sperimentando ogni giorno qualcosa: è la realtà in cui un soggetto si trova ad essere calato. A tale configurazione della realtà il soggetto è chiamato a dire un Sì oppure un No. Se dice No, quella realtà la modifica. Sinthomo è l’adattamento che il soggetto si è creato per modulare i registri innestandosi nella loro cofunzionalità. Rispetto alla propria situazione di partenza il soggetto non può fare nulla: è semplicemente preso. Per questo i registri sono quattro: 3+1, cioè l’1 è il sintomo in quanto modalità del loro annodamento. Sinthomo è invece il tentativo di modificare gli effetti del sintomo originario: e dunque sarà in tutto simile al sintomo ma assunto dal soggetto oppure diverso perché il soggetto lo rifiuta. Sinthomo è insomma il sintomo fatto proprio dal soggetto a partire dalla sua venuta al mondo. Spesso la costruzione del sinthomo non funziona e allora la psicanalisi lavora per modificare la costruzione sinthomatica del soggetto. Possiamo smontare il sinthomo se non funziona offrendo il supporto del transfert per cercar di costruirne uno nuovo. Ma quando ci riesciamo, dobbiamo fare i conti con il sintomo dell’ambiente familiare che ci vuole imporre il proprio sintomo sul nostro tentativo di costruzione soggettiva del sinthomo. Tale accezione di sintomo è quella stessa enunciata da Lacan in La terza: “Chiamo sintomo ciò che viene dal Reale”.[15]


[1] J. Lacan, …ou pire. Séminaire 1971-1972. Editions de l’ALI, Paris 2008.

[2] J. Lacan, Les non-dupes errent. Séminaire 1973-1974. Editions de l’AFI, Paris 2001. Lezione del 14.05.1974, p.196.

[3] O. Coron, Petite introduction au Noeud borroméen. Conferenza tenuta il 3.12.2011 per il Laboratorio Freudiano di Milano. www.freudlab.it

[4] E. Porge osserva a questo proposito che “dieci anni prima del 1963 una scissione si produc[e] nello stesso momento in cui un problema teorico non ancora esplicito gira attorno alla questione del Nome-de-Padre”. E. Porge, Les noms du père chez Jacques Lacan. Ponctuations et problématiques. Erès 1997, p. 30.

[5] In verità, nella versione di RSI riportata dal sito pas-tout Lacan, al dr. Liebscrutz che gli faceva osservare di non aver parlato di Reale, Lacan commentava: “Ne ho comunque parlato un po’”. J. Lacan, Le symbolique, l’imaginaire et le réel, p. 14.

[6] M. Darmon, Essais sur la topologie lacanienne. Nouvelle édition, revue et augmentée. Edition de l’ALI, Paris 2004, pp. 354-358.

[7] Nel Nodo borromeo levogiro il Reale passa sopra l’anello del Simbolico; in quello destrogiro è il Simbolico a passare sopra quello del Reale.

[8] J. Lacan, Una questione preliminare ad ogni possibile trattamento della psicosi. In: Scritti. Vol. II. Torino, Einaudi 1974, p. 550.

[9] “Credo che sia assolutamente sorprendente che, in ciò che chiamo la struttura dell’Inconscio,  bisogna eliminare la grammatica.  Non si deve eliminare la logica, ma si deve eliminare la grammatica”. J. Lacan, L’insu que sait de l’une-bévue s’aile à mourre. 1976-1977. 11 gennaio 1977. Editions de l’ALI,  p. 50. Contrariamente a quanto aveva in precedenza sostenuto, ormai per Lacan S1 e S2 non fanno più catena.

[10] Con il conseguente ritorno a un’idea di significante nel Reale, fuori catena, con cui prima definiva la psicosi.

[11] Cfr. sull’Inconscio Reale l’eccellente lavoro di C. Soler, Lacan, l’inconscient réinventé. Paris, Presses Universitaires de France, 2009.

[12] J. Lacan, Joyce le symptôme. Conferenza tenuta il 16.06.1975 per l’inaugurazione del V simposio internationale James Joyce. Dal sito: Pas-tout Lacan.

[13] La significazione fallica è la risultante della funzione logico-dialettica portata dal Simbolico lì dove tale funzione ha a che fare con la differenza sessuale. Se il Simbolico interagisce con il Reale (così come il Nodo borromeo fa vedere) è proprio a partire da Φ in quanto significante fondamentale che ha a che fare con la differenza sessuale e la castrazione.

[14] Non è inutile precisare che per Lacan l’immagine non è necessariamente di natura visiva, ma è tutto ciò che presenta un effetto di corpo: per es. il suono della campana che arriva al mio orecchio.

[15] J. Lacan, La terza. “La psicoanalisi.” N. 12 – luglio dicembre 1992, pp.  11-38: p. 19.

Intervento al seminario annuale di studio su R.S.I. tenuto il 2 giugno 2012 a Torino

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