Marisa Fiumanò – La violenza come soluzione al «non-rapporto» sessuale

Abbiamo usato questo neologismo crudo, femminicidio, per entrare senza mezzi termini nella questione della violenza sulle donne oggi. Perché, non è inutile ricordarlo, la questione non è nuova. Oggi si pone in termini diversi: le donne hanno gli stessi diritti degli uomini, soprattutto il diritto alla parola, alla parola pubblica, Da questo diritto, e dalla consapevolezza di averlo, derivano tutti gli altri. Dice a ragione Alina Marazzi nel suo articolo su «Il Sole 24 ore» di domenica scorsa, che la violenza sulle donne è una questione di linguaggio, di accesso al linguaggio e della libertà di usarlo. Altre e altri diranno meglio di me le articolazioni e le conseguenze di questo diritto: il ventaglio di competenze che abbiamo riunito qui oggi mi sembra notevole, dire quasi esaustivo.

Che cosa posso dire io, in quanto psicoanalista?

Mi capita di ricevere uomini violenti. Violenti nel senso dell’azione, uomini cui è capitato di picchiare una donna, ad esempio, o uomini che urlano, inveiscono, bestemmiano, insultano; e che non sono meno violenti dei primi. In genere non è questa però la ragione per cui chiedono una cura. Eppure la loro violenza è gravida di effetti. Un bambino, una donna, ogni essere umano può essere più sensibile alla violenza verbale che allo schiaffo. La violenza verbale però lascia tracce solo nell’anima, nessun livido sul corpo e non è passibile di denuncia. Credo che le donne conoscano bene questo tipo di violenza. Non tutte, ma certamente molte l’hanno conosciuta, magari solo occasionalmente, in un rapporto di coppia. Voglio dire con questo che la violenza maschile, nelle sue diverse sfaccettature e gradi di gravità, è un modo piuttosto comune e frequente da parte degli uomini di accostare le donne.

Credo che sia importante sottolineare la frequenza della componente violenta nei rapporti fra uomini e donne perché è la soluzione che alcuni uomini trovano per superare il solco che li separa dalle donne. Questo solco, che segna un diverso territorio di appartenenza, le rende ai loro occhi incomprensibili, estranee, misteriose, abitanti di una terra straniera.

La violenza, fisica e verbale, è un modo, ovviamente del tutto fallimentare, di annullare l’alterità delle donne, di renderle disponibili, mansuete, a portata d’uso e di mano.

Di uomini curiosi delle donne, disponibili ad ascoltarle, a proteggerle, a prendersene cura, non ce ne sono poi tanti.

Se ci fossero, se ci sono, sarebbero, sono, uomini in pace con il proprio sesso, con la propria funzione, uomini risolti sul piano affettivo e sociale. Uomini in ordine col proprio desiderio in un mondo che però è disordinato e precario, in cui la posizione maschile è difficile da definire e da occupare.

La risposta a questo disordine per fortuna non è sempre la violenza ma possiamo considerare la violenza una delle risposte, una delle reazioni.

La violenza sulle donne non è un problema specifico del nostro tempo: le donne sono sempre state attaccate in quanto incarnazione per eccellenza della diversità, Certamente però oggi la violenza ha tinte particolari. Nasce da una posizione maschile fragile e arrogante al tempo stesso e l’una e l’altra, fragilità ed arroganza, hanno a che fare con una mutazione sociale in cui le referenze tradizionali sono “evaporate”. Lacan dice che la funzione paterna è evaporata, che non possiamo più contare su questa funzione centrale ordinatrice e pacificatrice e che questo produce disordine nel mondo.

Così, anche se possiamo chiamare femminicidio il mandare delle presunte streghe al rogo nel Medio Evo, anche se la paura dell’alterità della donna è una costante nella storia, il fenomeno si innestava allora in una cultura molto diversa da quella di oggi.

Gli uomini e le donne s’intendono, s’intendono urlare” cito Lacan a braccio. Vale a dire che in ogni epoca, ma in un contesto diverso, continua a insistere un “impossibile”, un incolmabile nel rapporto fra i sessi. In questo la violenza ha le sue radici.

 

Femminicidio / matricidio

 

È un fatto noto che la violenza sulle donne, nella maggior parte dei casi, avviene all’interno di coppie stabili o quando un legame affettivo si è già modellato sui fantasmi dei due partner.

Come si può prendere distanza dalla violenza di un uomo amato? Come distinguere, come ci ha mostrato il film che abbiamo appena visto (Ti do i miei occhi di Iciar Bollain), l’erotismo dalla violenza? Come riconoscere la differenza tra il desiderio e una pulsione selvaggia di possesso e di distruzione?

A questo proposito si parla spesso di masochismo delle donne o anche, più cautamente, di credulità amorosa; masochismo e credulità che persiterebbero anche quando i fatti smentiscono spudoratamente la credibilità dell’uomo.

Io non credo però che si tratti di masochismo, né che le donne abbiano tendenze masochiste. Credo invece, ed è un’ipotesi che avanzo, che la difficoltà delle donne a staccarsi da partner violenti, sia da ricercare nel legame che hanno con lui. Intendo nel legame erotico.

Per le donne la sessualità è, anche oggi, traumatica. Lo è per ragioni di struttura. L’ingresso delle donne nella sessualità avviene in maniera traumatica perché è, in una certa misura, estranea al sesso cui appartengono. In molte culture si cerca di aggirare con vari espedienti la riluttanza delle donne all’esperienza della prima notte di nozze. Ad esempio facendole sverginare da un uomo anziano, così che l’ostilità della donna si rivolga verso di lui.

C’è una sola libido, diceva Freud, è maschile. E aggiungeva che alcune donne non riuscivano a raggiungere il piacere con partner diversi dal primo: nella Vienna del primo Novecento il primo marito. Il motivo era che così loro gli restavano fedeli. La fedeltà erotica di una donna, anche oggi, può mantenersi molto a lungo, anche dopo la fine di una relazione. Tanto più se quella relazione ha dei tratti passionali, come avviene di frequente nel caso di relazioni violente.

Le donne restano fedeli all’uomo cui hanno permesso l’accesso al proprio corpo, cui hanno consentito di “traumatizzarle”. Paradossalmente, gli uomini violenti accusano le donne  esattamente del contrario: di cercare altri uomini, di essere delle puttane, di volersi esibire ecc. come abbiamo visto nel film.

In realtà si tratta di fantasie maschili: nell’immaginario dei violenti incombe l’ombra di un fantomatico altro uomo, rispetto al quale si sentono inadeguati, inferiori; è un’ombra omosessuale che scatena il delirio di violenza.

Dunque le donne non sono affatto masochiste, solo bizzarramente fedeli; gli uomini non sono innamorati ma insicuri e in balia di pulsioni primitive e paranoiche.

 

Ci sono anche casi in cui la violenza o l’omicidio non riguardano tanto la donna quanto la madre. Non intendo tanto la madre reale ma una donna in posizione materna. Un amico e collega belga, Jean-Pierre Lebrun, ha scritto un libro sull’attualità del matricidio. Si è appoggiato per le sue tesi sulla trilogia di Eschilo, sulla vicenda di Oreste. Chi è questo personaggio che uccide la madre? E perché? Forse il femminicidio riguarda le donne anche nel loro essere madri? Forse questi uomini senza padre vogliono vendicare, come Oreste, la morte del padre voluta dalla moglie? Per questo ucciderebbero le donne?

È un fatto che molte donne sono oggetto di violenza sotto gli occhi dei loro figli. Anche su questo credo valga la pena di interrogarci. La tragedia di Eschilo ci dice che questo crimine, il matricidio, è antico; oggi appare però insensato, fuori dai canoni della tragedia, privo di ritualità e senza logica. Basta leggere i resoconti delle sedute di riabilitazione in carcere di uomini condannati per violenza: non sanno fornire un perché del loro gesto che non sia un’accusa rivolta alle donne. Non sanno andare più lontano. O più vicino. Tranne eccezioni, sono incapaci di assumere l’atto che pure hanno commesso, come dovrebbe saper fare un uomo.

Ma, come si può essere uomini oggi?

Forse la violenza maschile è un tentativo, balordo ed esacrabile, di trovare risposta a questa domanda.

 

 

Relazione pronunciata a Milano, in Casa della Cultura, il 29 novembre 2013,
in occasione di un incontro su “Il femminicidio”

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