Patrizia Piunti – Breve storia dell’allucinazione in psichiatria

Patrizia Piunti

Breve storia dell’allucinazione in psichiatria


 

Parlare delle allucinazioni in psichiatria implica necessariamente riprendere il percorso stesso di questa disciplina, almeno nelle sue fasi più recenti.

Dobbiamo a Ph. Pinel, nella prima parte del XIX secolo, la formulazione di una differenziazione tra la follia, nozione sociale e culturale e l’alienazione mentale, termine propriamente medico, dato che  questa distinzione servirà da punto di riferimento per tutti coloro che in questo periodo storico si occuperanno di quella che più tardi sarà la psichiatria. Così, a partire da una serie di esperienze elaborate soprattutto alla Salpetriere dal 1795 al 1826, egli si chiese e definì, a sua maniera, quali fossero le basi di ciò che si poteva considerare propriamente medico o meno attraverso il termine di follia che imperava all’epoca. Si espresse quindi così :”Come determinare quello che si deve propriamente intendere per alienazione mentale ed evitare la confusione di comprendervi, come ha fatto qualche nosologo, le varie lesioni delle funzioni dei sensi, della vista , dell’udito, del gusto, del tatto e dell’olfatto che compete ad altre malattie ?”. (Non si tratta forse qui proprio di un primo riferimento a qualcosa di “allucinatorio”?). Può l’ipocondria , attraverso la sua successiva evoluzione, degenerare in mania, ma considerata in se stessa vi si differenzia alquanto e  costituisce un genere molto ampio che può dare luogo a degli errori di immaginazione molto singolari . Esistono inoltre numerose affezioni primitive conosciute sotto il nome di sonnambulismo, vertigini, bizzarrie, antipatie, nostalgie, incubi notturni e desideri irrefrenabili per i piaceri dell’amore che vengono chiamati,  secondo il sesso, satiriasi o ninfomania. Il felice influsso esercitato in questo periodo dalle altre scienze sulla medicina non ci può più consentire di dare all’alienazione il nome generale di follia…In questa definizione non si dovrebbero allora comprendere tutte le idee false e inesatte che l’uomo si crea riguardo gli oggetti , tutti gli errori rilevanti dell’immaginazione e del giudizio, tutto quello che irrita o provoca dei desideri fantasiosi ? Si tratterebbe allora di ergersi a censori supremi della vita pubblica e privata degli uomini, abbracciare nella propria visuale la storia, la morale, la politica e le stesse scienze fisiche il cui campo è stato spesso infettato da brillanti sottigliezze o da fantasticherie”. Sarà proprio grazie a Pinel, quindi, che non si parlerà allora di “insensati”, ma di “alienati”, quindi malati (con le relative conseguenze in campo legale, quindi non più malfattori ma destinati ad essere doverosamente assistiti). Distinse quindi quattro tipi clinici fondamentali : la mania, che considera il più significativo, la melanconia, la demenza e l’idiotismo, che a loro volta intende differenziare attraverso delle “lesioni fondamentali dell’intendimento e della volontà”.

Lo sviluppo successivo della psichiatria si orienta sempre più verso la nozione di malattia, tanto che, come insegna Falret (1864), non bisogna limitarsi ad osservare i malati o a registrare il loro racconto, ma è necessario cercare attivamente dei segni che possano orientare sulla diagnosi. Si tratta quindi di individuare un insieme di sintomi la cui evoluzione si configura come una vera malattia, con una successione tipica da un paziente ad un altro. Nel corso del XIX  secolo e all’inizio del XX si afferma la nozione di delirio cronico come costituente primario delle malattie mentali. In contemporanea gli studiosi dell’epoca si cominciano ad interessare dei “meccanismi deliranti”, ossia intendono indagare sui fenomeni iniziali all’origine del delirio postulando che ciascun tipo di delirio debba corrispondere ad un meccanismo proprio. Si chiedono quindi quali possano essere le alterazioni fondamentali del funzionamento mentale a partire da cui la psichiatria poteva rappresentarsi la vita psichica dei suoi pazienti, ritrovandovi qualcosa che non fosse solo un insieme di assurdità. Siamo quindi all’ interno del discorso della scienza, nel cui campo domina il concetto di razionalità, in cui quindi la causa è calcolabile. Ci troviamo allora in un registro, come osserva Melman (in “Le strutture lacaniane delle psicosi “), in cui “ non c’è del Reale che possa essere impossibile. Per la scienza il Reale non è mai un fatto di struttura ma un semplice fatto di circostanza, un fatto di ordine temporale. Non c’è infatti alcun motivo per cui un certo impossibile oggi per la scienza non sia domani perfettamente risolto”. Tornando quindi agli autori dell’epoca troviamo da una parte le memorabili descrizioni di Serieux e Capgras sulle “Follie ragionanti o deliri d’interpretazione” in cui prevale appunto il concetto di interpretazione (1909) e dall’altra l’opera di Ballet sulla “psicosi allucinatoria cronica” definita attraverso la comparsa e l’evoluzione di un delirio “nella misura in cui il paziente subisce delle allucinazioni uditive sempre più gravi”. Ci si comincerà ad interessare più tardi quindi al meccanismo immaginativo attraverso Dupré, oltre che a quello dell’automatismo e della passione attraverso G. de Clérambault. Intanto nella psichiatria tedesca si andava affermando il concetto di dementia praecox attraverso E. Kraepelin che, pur convogliando la maggior parte dei deliri cronici, lascia ancora differenziato il delirio paranoico, per quanto considerato più raro rispetto alla dementia praecox.

Sulla scia dell’assimilazione della psichiatria al campo della medicina assistiamo quindi all’opposizione tra Kraepelin e Jaspers riguardo il concetto di sindrome. Infatti per il primo, sin dalla prima edizione del suo trattato (1899) la patologia mentale è costituita da un certo numero di malattie ben separate le une dalle altre, analogamente al resto della medicina e caratterizzate soprattutto dal loro tipo evolutivo. Per K. Jaspers, al contrario, la patologia mentale sarebbe composta da sindromi in cui alcune presentano un’eziologia conosciuta, altre meno. La nozione di sindrome in medicina designa un raggruppamento regolare di segni correlati tra loro e che rinviano a più di un’eziologia nota.  Tale concezione rappresenta una fase in cui si comincia a mettere in relazione un raggruppamento di sintomi con la possibilità di reperire un’eziologia, sempre lasciando il caso in cui si è costretti a definire un’affezione come essenziale o primitiva. Così K. Schneider, allievo di Jaspers, nel caso della schizofrenia distinguerà i sintomi di primo rango rappresentati da undici segni, di cui cinque si riferiscono ai disturbi della percezione, tre a quelli dell’alterazione del pensiero, uno alle percezioni deliranti e tre a dei sentimenti o atti imposti da terzi. Se uno solo tra questi è presente in maniera indubitabile, gravemente caratterizzato in maniera positiva e differenziabile e se non è spiegabile da qualche malattia fisica ben identificabile, allora la diagnosi di schizofrenia diventa certa.

Con Jaspers (1913) quindi assistiamo anche alla nascita della psicopatologia che tende alla ricerca di un “senso” della malattia mentale nell’ambito di ogni singolo individuo, un senso che si sottrae all’ordine della “spiegazione”, ma non a quello della comprensione, almeno fino al limite dei ciò che si può chiamare “incomprensibile”. Così precisa che userà l’espressione “comprendere per la visione intuitiva di qualcosa dal di dentro, mentre spiegare indicherà la conoscenza dei nessi causali oggettivi che sono sempre visti da fuori”. Tale distinzione corrisponde alla differenziazione tra “indagine fenomenologia” e “spiegazione scientifica” in cui la prima ha il compito di rendere presenti ed evidenti di per sé gli stati d’animo che i malati sperimentano, astenendosi da tutte le interpretazioni  estranee alla pura descrizione, mentre la spiegazione può essere chiamata “riduzione”perché, “invece di parteciparsi all’oggetto affinché esso ceda la propria essenza a noi che la comprendiamo, riduce ciò che appare a ciò che essa considerale leggi ultime o la realtà ultima dei fenomeni che appaiono. In questo senso è possibile spiegare qualcosa senza comprenderlo”. Così a proposito delle allucinazioni Jaspers ne analizza con grande accuratezza le caratteristiche sempre sotto il punto di vista della percezione, in cui è compresa anche la nozione di oggetto : “nelle percezioni gli oggetti sono presenti nella loro corporeità,….. mentre nelle rappresentazioni sono presenti come immagini (sono assenti , hanno carattere di soggettività).

Arriviamo quindi, con i primi anni del novecento, all’ introduzione dello strutturalismo, della linguistica e quindi della psicanalisi nell’ambito della psichiatria.

Così incontriamo Breuler che, a proposito delle schizofrenie, introduce, con i termini di “scissione delle funzioni psichiche, unità della personalità, ecc. delle nozioni non di semeiotica ma di psicopatologia , forse ripresa anche dai lavori di Jung sulla demenza precoce. Per lui si parla di un “gruppo di psicosi caratterizzate da un’alterazione del pensiero, da un sentimento e da relazioni con il mondo esterno di un tipo specifico che non si incontra altrove. In tutti i casi c’è una scissione più o meno netta delle funzioni psichiche. Se la malattia è dichiarata la personalità perde la propria unità…”(1911).

Incontriamo allora delle definizioni delle idee deliranti o delle allucinazioni che non si occupano tanto della natura delle stesse o della loro tipologia, ma del meccanismo che le sostiene, coma fa Minkowski che ne ricerca il “disturbo generatore”. In particolare troviamo un illustre rappresentante di questo tipo di pensiero nelle teorie di Henri Ey che è autore di un trattato sulle allucinazioni, di cui è interessante l’aggiunta da lui proposta alla definizione classica di “percezione senza oggetto”, ossia quella di “percezione senza oggetto da percepire”. Aggiunge quindi che l’espressione “da percepire” “ristabilisce quella falsificazione implicita in ogni allucinazione quando colloca un oggetto che sfugge al controllo della coscienza, cioè dell’Io e del sistema della realtà che esso assume. Con ciò l’allucinazione non è più un fenomeno definito da un’assurdità logica, ma un’infrazione alla legge di organizzazione del corpo psichico che lo sottrae alla logica della propria organizzazione”. Secondo questo autore, quindi, l’ allucinazione non è un fenomeno primitivamente ed essenzialmente sensoriale e sottolinea che la diagnosi generica di allucinazione, come fenomeno patologico, ha più importanza della sua distinzione in genere. Il gruppo delle allucinazioni deliranti di cui parla si divide in due specie :

1)      le esperienze deliranti e allucinatorie che, come manifestazioni positive della destrutturazione del campo della coscienza, si avvicinano più o meno all’esperienza di sonno-sogno.

2)      Le allucinazioni poetico-affettive che risultano dal lavoro di elaborazione delle psicosi deliranti croniche, sia di quelle a forma sistematica (paranoia e delirio di interpretazione che sono fondamentalmente allucinatori perché falsificano la percezione attraverso il prisma del delirio) sia quelle a forma fantastica (parafrenia, in cui la struttura immaginaria costituisce, allo stesso modo , una modalità di rovesciamento della percezione globale della realtà), come quelle di forma artistica (schizofrenia, in cui il processo di disintegrazione e alienazione dell’io è essenzialmente allucinatorio).

 

Ma con Henri Ey siamo negli anni ’70, quando già la teorizzazione di Lacan aveva fatto passi ulteriori, se pensiamo che il seminario III è del 1955-56.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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