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DSA: bambini con difficoltà d’apprendimento

Riportiamo qui la traduzione di estratti di articoli pubblicati sul sito dell’ALI francese o altre pubblicazioni che riguardano le difficoltà d’apprendimento, in particolare la dislessia. 

Marika Bergès-Bounes -  psicologa, psicanalista ALI-Paris lavora presso l’ospedale Sant’ Anna, nell’Unità di psicopatologia del bambino e dell’adolescente


Alessandro, 11 anni e 4 mesi: ragazzo non lettore

 

Alessandro è stato inviato a consultazione per “dislessia e disortografia gravi” dalla psicologa scolastica. Nonostante il ragazzo avesse fatto 4 anni di logopedia due volte a settimana, egli continua a non saper leggere, decifra e “inventa” (per esempio dice “capanna” invece di “casa”). Lui stesso riferisce: “quando leggo mi blocco”. Non riesce che a scrivere delle parole molto semplici, dove l’articolo è sbarrato, e afferma che leggere è “dire delle parole”.

Egli si presenta – come numerosi ragazzi non lettori – dietro un “non so” difensivo permanente: non sa che giorno è, non sa il suo indirizzo, il suo numero di telefono, non sa niente. Sa solo che suo padre è morto due anni prima, ma non sa di cosa, lui non ha chiesto niente e nessuno gliel’ha detto, lui non era là: “tutti in famiglia sono al corrente, ma io non voglio sapere”; di fronte a un testo da leggere ripeterà: “non ho voglia di sapere, è questo il problema!”, dichiarando la sua posizione manifesta di non sapere.

I genitori si sono separati , dice la madre, “proprio prima dell’ingresso alle elementari: mio marito è andato in tilt, ha deciso di andarsene. Beveva da tempo ed è morto due anni fa. Alessandro non sa niente di ciò, né di cosa sia morto. Non ha posto domande, è come se non fosse accaduto nulla, dopo non se ne è parlato più, lo stesso dicasi per il fratello che viveva però col padre a partire dalla separazione -  ne avevamo uno ciascuno –  e lui aveva visto tutto, sapeva del coma etilico del padre e dell’emorragia. I ragazzi non parlano mai di questo”. “Questo” che significa “questo”? “Si avrà il diritto di dire la verità, il vero?”, chiede la madre che, a sua volta, non ha mai fatto parola dell’alcolismo del padre che l’ha condotto alla morte, come pure del nonno e del bisnonno paterni, morti anch’essi allo stesso modo: “la mia matrigna e sua madre non volevano dire niente, non volevano parlarne”. Una minaccia di morte da parte del lato familiare che porta il patronimico pesa, dunque, su questi ragazzi. “Alessandro, è dalla mia parte (per questo forse il suo disegno, fatto al colloquio, mostra una certa unilateralità?), ha sempre vissuto con me, gli fa molto piacere che sua madre gli faccia le cose, e il fratello si arrabbia e lo chiama ignorante. Tutti mi dicono che ho fatto troppo per Alessandro, sono io che ho scelto il suo nome che ha la stessa iniziale del cognome, porta fortuna. E poi, da quando il fratello maggiore è ritornato da noi, ho dato la mia camera da letto a lui e io dormo con Alessandro.”

Vi è una prossimità incestuosa madre-figlio, molto frequente nei bambini “non lettori” che sembrano lasciare il sapere e le sue conseguenze dal lato dell’altro, spesso della madre. È il caso della maggioranza di questi ragazzi in difficoltà di lettura: la conoscenza è attivamente sbarrata, la rimozione permanente di ciò che ci sarebbe da sapere, la lettura supposta dare accesso a questo sapere attraverso le significazioni della lettera scritta: lettura che sarebbe uno svelamento a cui il bambino s’oppone radicalmente, lettera per lettera (Alessandro, invitato a leggere un brano, dice: “devo leggere le lettere?”. La compitazione lettera per lettera, si sa, impedisce ogni accesso al sapere).

Possiamo affermare che questo misconoscimento attivo, quest’ottundimento che colpisce il significato della lettera scritta, li ritroviamo sempre nei ragazzi che non imparano a leggere?

Tratto da www.freud-lacan.com

Marika Bergès-Bounes  - «Io non so… è mia madre che sa…», tratto dal libro Que nous apprennent les enfants qui n’apprennent pas? (Cosa apprendiamo dai bambini che non apprendono?) dossier del Journal Français de Psychiatrie, érès, 2003

[…] quando si vogliono affrontare le misure da prendere nella prospettiva, se non di una vera prevenzione, ma piuttosto di un rilevamento precoce di queste difficoltà d’apprendimento, ci si accorge che non si tratta solo di mettere l’accento sui difetti della parola o del linguaggio, ma che la questione è molto più complessa: la si può porre sin dalla scuola dell’infanzia o dai primi anni delle elementari, quando si può riscontrare la difficoltà del bambino a lasciare casa, la madre, in particolare la sua voce, e a rinunciare ad essere unico per accettare le regole della scuola e la maestra per tutti: perdita della «cosa» che il gioco della lettera non può uguagliare per lui. Le consultazioni precoci genitori-bambini possono contribuire a che ciascuno si avvicini al proprio posto – compresa la maestra come terzo – e che il bambino accetti le leggi della trasmissione accedendo alla castrazione simbolica.

Il non-lettore ha a che fare con la conoscenza – cioè con la dialettica tra la conoscenza per mezzo della lettura e la passione dell’ignoranza. Non si tratta di misconoscimento, cioè degli effetti della rimozione che suppongono un non-saputo attivo di ciò che è saputo e che costituisce in fin dei conti un omaggio al rimosso che può farvi ritorno.

Non si tratta dunque nel non-lettore di una manifestazione della «spaltung», o divisione psichica [tra inconscio e conscio, N.d.T.], inerente al fatto che si tratta di un soggetto parlante, del fatto che il linguaggio suppone l’uccisione della cosa, ma degli effetti di questa «spaltung» sullo statuto della lettera in quanto questa sarebbe una traccia di questa uccisione.

Ora la clinica ci mostra che è nella dimensione del suo rapporto allo statuto della lettera nella madre, supposta contenere tutte le lettere senza eccezione, e nella misura in cui la madre è non solo nel luogo dell’Altro ma l’occupa completamente, senza alcuna mancanza, che il bambino non-lettore si piazza come fornitore instancabile della completezza della madre. Invece di costituirsi come il significante della mancanza nell’Altro, significante fallico, al contrario, abbandonando ogni prospettiva d’inganno, appare come un soldato del fallo della madre – soldato votato alla disfatta e alla sottomissione davanti all’orrore dell’angoscia riguardante la castrazione della madre, soldato desoggettivato.

Prendiamo come esempio quello di Guglielmo, 9 anni, che, trovando una bottiglia con l’etichetta “Granatina”, mostra la lettera G sulla bottiglia e dice «Sono io!». Egli mostra così, non solo che è capace di riconoscere la lettera, ma di prenderla come emblematica del suo nome, lettera del tutto immaginaria, tratto a cui egli si limita. Ma, così, egli manifesta che, quando la ritrova in un testo,  non può in alcun caso capire ciò se non come ritorno di questa lettera priva di ogni operatività simbolica: vi è un’identificazione che interdice qualsiasi possibilità di lettura. Questa lettera, in effetti, è metonimica del suo io, escludendolo così del tutto dal simbolico, marcando il suo rifiuto di situarsi come soggetto nella catena significante in cui essa si presenta. […]

L’autrice fa riferimento alla pratica di cerchiare le lettere alla scuola dell’infanzia, operazione questa che mira al riconoscimento del grafema, ma anche di far in modo che la lettera venga liberata dal senso e associata ad altre lettere, operazione che a livello psichico serve ad “ammansire” la lettera.

Marika Bergès-Bounes, nell’articolo,  fa l’ipotesi di una “qualità particolare” della rimozione dei bambini. A partire dalla clinica dei bambini non-lettori (l’autrice preferisce chiamare così i bambini dislessici), si può constatare che in essi vi è un “sapere” senza soggetto, effetto di una rimozione primordiale, che coesiste con una conoscenza senza soggetto effetto di una rimozione secondaria. Quest’ultima provoca un evitamento, in quanto tale conoscenza è sempre attribuita all’altro materno e non al bambino stesso. Tale meccanismo avrebbe, così, il vantaggio di mettere al riparo il bambino dalla perdita di godimento legato alla lettera e dal ritorno del rimosso, aggirando così il prezzo della castrazione simbolica.

 

Cristiana Fanelli – Lituraterre. La lingua e la scrittura giapponese

Cristiana Fanelli

Lituraterre
La lingua e la scrittura giapponese

Il testo Lituraterre nasce da un viaggio di Jacques Lacan in Giappone e segna una tappa importante nella sua riflessione sulla lettera e sulla scrittura. Leggi il resto di questo articolo »

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