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	<title>ALI in Italia &#187; Note di lettura</title>
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	<description>Associazione Lacaniana Internazionale in Italia</description>
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		<title>M. Fiumanò su  Fobia e perversione nell’insegnamento di Jacques Lacan</title>
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		<pubDate>Sun, 17 Mar 2013 13:31:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>rossella</dc:creator>
				<category><![CDATA[Note di lettura]]></category>

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		<description><![CDATA[Uno stralcio dell’intervento di Marisa Fiumanò tenuto a Napoli  l’8 marzo nella sala Hde, p.tta Nilo in occasione della presentazione del libro Fobia e perversione nell’insegnamento di Jacques Lacan ( a cura di Rossella Armellino e Maria Parisi) Edizioni Cronopio Napoli 2012                           Napoli è una città contro-fobica?  Il libro ruota intorno al seminario IV [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Uno stralcio dell’intervento di <strong>Marisa Fiumanò</strong> tenuto a Napoli  l’8 marzo nella sala Hde, p.tta Nilo in occasione della presentazione del libro</p>
<p><span style="color: #800000;"><em>Fobia e perversione nell’insegnamento di Jacques Lacan</em></span> ( a cura di Rossella Armellino e Maria Parisi) Edizioni Cronopio Napoli 2012</p>
<p><strong><span style="color: #800000;">                          <em>Napoli è una città contro-fobica?</em></span></strong></p>
<p><em> </em>Il libro ruota intorno al seminario IV di Lacan “La relazione d’oggetto ”. Ogni contributo pur nella diversità degli approcci e della formazione ( non tutti gli autori sono psicanalisti), segue uno stesso stile dl lavoro: si lavora il testo del seminario, si riapre, si commenta,  se ne estraggono dei punti e  su di essi si avanza con nuove ipotesi o nuove tesi, secondo la  propria esperienza  clinica e/o il proprio sapere.<span id="more-1805"></span></p>
<p>Condivido questo stile e voglio perciò anch’io aggiungere una piccola pietra alla costruzione collettiva.</p>
<p>Comincio con una nota, impressionistica se volete, la prima che mi è venuta in mente leggendo un testo sulla fobia scritto a Napoli.</p>
<p>Mi sono chiesta se la fobia, la grande fobia, la fobia maggiore, la fobia dello spazio, l’agorafobia, sia compatibile con questa città.</p>
<p>Certamente a Napoli esistono gli agorafobici, persone che non riescono ad uscire di casa, che soffocano nelle file al supermercato o in quelle alle poste, che temono di svenire per strada o di soffocare. Eppure la città  sembrerebbe fatta  per contrastare queste manifestazioni sintomatiche, avvolgente com’è di suoni e rumori, con i vicoli stretti che fanno da confine per chi li attraversa , i corpi  della gente che si fanno barriera l’uno con l’altro, che non temono di toccarsi, di spingersi, di affollarsi negli stessi luoghi.</p>
<p>A Napoli non c’è la distanza “di cortesia”, civile ma un po’ paranoica, cui si è abituati al Nord. Napoli è una città caratterizzata dai confini architettonici e solo il mare resta  uno spazio aperto, benchè  anch’esso risulti circoscritto dalla cornice di un golfo.</p>
<p>Napoli non è neanche una città fobica nel senso delle fobie più comuni, come quella dello “sporco”, ad esempio: sporco dei corpi, sporchi perchè  vivi e dunque impregnati di umori, sessuali perché del corpo.</p>
<p>Napoli convive benevolmente con gli umori umani, e non solo perché difettano le discariche.</p>
<p>Il rapporto della gente con i rifiuti, al di là delle rivendicazioni di una città  più pulita, non è di repulsione e neanche sintomatico.</p>
<p>Lo “sporco” e ciò  cui rinvia, vale a dire gli umori sessuali, quelli che si producono quando si gode, non è un sintomo qui.</p>
<p>Napoli nel suo complesso non è perciò una città che alimenta la fobia.</p>
<p>Certo non abbiamo statistiche in proposito, rispetto ad altre metropoli, ma le mie osservazioni non sono sociologiche e mi dispensano da dimostrazioni di questo genere. Devo però giustificarle, cosa che farò fra un momento.</p>
<p>Queste riflessioni su Napoli mi  permettono anche di distinguere  la fobia in quanto struttura e le fobie in quanto sintomi. L’agorafobia, la fobia degli spazi, quella che possiamo considerare “fobia maggiore”, quella che induce a rifugiarsi progressivamente in luoghi sempre più chiusi e riparati, rinvia in genere ad una struttura; i sintomi fobici, invece, possiamo trovarli anche in altre strutture. La fobia dello sporco, ad esempio, può andare benissimo d’accordo con una struttura isterica o ossessiva per la ragione che non è il sintomo che fa la struttura, cioè non deduciamo una struttura, né facciamo una diagnosi fondandoci sui sintomi.</p>
<p>Napoli, con la sua architettura, con la cultura che vi si collega e la sua vivacissima lingua-dialetto tanto cara ai suoi abitanti, “protegge”, in un certo senso, dall’agorafobia.</p>
<p>Charles Melman forse potrebbe sottoscrivere questa tesi. E spiego perché.</p>
<p>In uno dei primi saggi del libro Melman, per spiegare qual è il godimento dell’organizzazione fobica, invita i suoi ascoltatori a pensare a un gioco che più o meno tutti devono aver fatto durante l’infanzia: quello di rifugiarsi in un luogo chiuso con un piccolo partner dell’altro sesso per proteggersi da un animale spaventoso che minaccia dall’esterno.</p>
<p>Situazione erotica, lui dice, proprio a causa di quel “terzo” che dall’esterno esercita la minaccia.</p>
<p>Questa situazione esemplare, comune nei giochi infantili, nel caso della fobia non si presenta come gioco ma come angoscia, come “attacco d’angoscia”. E l’attacco d’angoscia si verifica quando viene a mancare l’immagine del simile che fa da supporto, quando cioè emerge nello spazio un punto di fuga all’infinito. Lo spazio è strutturato da questo punto di fuga, vale a dire qualcosa di fronte alla quale il soggetto vacilla perché si sente esposto, da solo, davanti a qualcosa senza alcun limite, senza schermo.</p>
<p>Ho pescato nella nostra ricca tradizione letteraria per trovare una descrizione della fobia ed ho trovato qualcosa di illuminante sulla funzione consolatoria del simile e sulla minaccia che viene dall’esterno di cui parla Melman. Per la verità non ho cercato, è lei, la poesia che mi ha cercato, che mi ronzava nelle orecchie. E’ una poesia di Giovanni Pascoli che certo conoscete; si chiama: “I due orfani”.</p>
<p>Ve la leggo.</p>
<p>Giovanni Pascoli : Primi Poemetti “I due orfani”</p>
<p>I</p>
<p>Fratello, ti do noia ora, se parlo?»<br />
«Parla: non posso prender sonno». «Io sento<br />
rodere, appena&#8230;» «Sarà forse un tarlo&#8230;»</p>
<p>«Fratello, l&#8217;hai sentito ora un lamento<br />
lungo, nel buio?» «Sarà forse un cane&#8230;»<br />
«C&#8217;è gente all&#8217;uscio&#8230;» «Sarà forse il vento&#8230;»</p>
<p>«Odo due voci piane piane piane&#8230;»<br />
«Forse è la pioggia che vien giù bel bello».<br />
«Senti quei tocchi?» «Sono le campane».</p>
<p>«Suonano a morto? suonano a martello?»<br />
«Forse&#8230;» «Ho paura&#8230;» «Anch&#8217;io». «Credo che tuoni:<br />
come faremo?» «Non lo so, fratello:</p>
<p>stammi vicino: stiamo in pace: buoni».</p>
<p>II</p>
<p>«Io parlo ancora, se tu sei contento.<br />
Ricordi, quando per la serratura<br />
veniva lume?» «Ed ora il lume è spento».</p>
<p>«Anche a que&#8217; tempi noi s&#8217;aveva paura:<br />
sì, ma non tanta». «Or nulla ci conforta,<br />
e siamo soli nella notte oscura».</p>
<p>«Essa era là, di là di quella porta;<br />
e se n&#8217;udiva un mormorìo fugace,<br />
di quando in quando». «Ed or la mamma è morta».</p>
<p>«Ricordi? Allora non si stava in pace<br />
tanto, tra noi&#8230;» «Noi siamo ora più buoni&#8230;»<br />
«ora che non c&#8217;è più chi si compiace</p>
<p>di noi&#8230;» «che non c&#8217;è più chi ci perdoni».</p>
<p>Il dialogo tra i due fratelli gioca fra i due piani dell’angoscia e della razionalità, alternativamente;  al timore angosciato dell’uno risponde una spiegazione razionale dell’altro fino a quando i due collassano entrambi rispetto alla minaccia che viene dall’esterno e rispetto alla quale non c’è possibile barriera.</p>
<p>Il punto su cui si fonda quest’articolo di Melman, ed è il motivo per cui ho detto che Napoli è refrattaria alla fobia, è la sua lettura della fobia legata alla costruzione dello spazio urbano così come è stato organizzato architettonicamente a partire dal Settecento. Vale a dire uno spazio centrato su un punto di fuga all’infinito che per Melman ha funzione di sguardo. E’ l’emergenza dello sguardo che scatena l’angoscia rispetto alla quale la fobia protegge.</p>
<p>La fobia, potremmo dire, permette di mantenere il fantasma; quando il fantasma si dissolve e appare l’oggetto in funzione di sguardo, il soggetto svanisce.</p>
<p>Questa tesi di Melman conforta la mia intuizione su Napoli, sul perché la gente qui si senta, in genere, “a casa”, al riparo: ampissime zone di Napoli sono state costruite prima del Settecento  e i “punti di fuga” all’infinito sono piuttosto rari, almeno nella città vecchia.  Anche la via Spaccanapoli, che taglia la città da cima a fondo, ha a lato  i confini delle case che contengono la traiettoria dello sguardo e lo interrompono con un’infinita serie di ostacoli e barriere, soprattutto barriere fatte di corpi che si affollano.</p>
<p>C’è un altro punto che il testo di Melman mette in rilievo. Oggi è la festa della donna,  e anche noi a nostro modo ce ne occupiamo.</p>
<p>Melman dice che l’angoscia si scatena nel momento di emergenza dello sguardo quando “ non è stato pagato il tributo simbolico che conferisce identificazione sessuata”. Il fobico, dice Melman, non ha un’immagine stabile di sé, non ha statuto tanto immaginario quanto simbolico che gli permetta di circolare, è sprovvisto di carta d’identità. Come dire che il fobico è donna, almeno un po’ donna. Lo statuto simbolico per una donna, infatti, ha sempre un tratto di instabilità: Melman chiama questo tratto “touche fobique”, tocco fobico.               La propria immagine per una donna fa problema, l’identità femminile  fa problema, una donna non è mai “a posto”, è sempre fragile, esposta, tranne se è madre ( ed anche in quel caso non sempre) oppure se ha rinunciato al suo statuto di donna, se ha scelto una posizione maschile.</p>
<p>Non ho toccato che due punti perché la ricchezza e il numero degli interventi contenuti in questo bel libro m’impediscono di commentarli uno per uno. Mi limito solo a ricordare il testo di Rossella Armellino come esemplare di un metodo di lavoro. Rossella, come nella tradizione dell’ALI, nel leggere il seminario IV di Lacan, riprende un testo più volte citato, inedito in italiano, e lo lavora con precisione. E’ <em>L’Osservazione di una fobia </em>di Annaliese Schnurmann, un’allieva di Anna Freud. E il caso di una bambina , Sandy, che ha la fobia dei cani e che viene riletto con le categorie di Lacan piuttosto che con quelle, insufficienti, ”<em>annafreudiane</em>.” Anche nel suo secondo articolo Rossella Armellino applica lo stesso metodo: qui si tratta di un caso di Ruth Lebovici, anch’esso citato da Lacan e ripreso nel dettaglio attraverso la lettura del testo originale. E’ un metodo di lavoro che volentieri sottoscrivo così come quello, altrettanto minuzioso, che utilizza Amalia Mele a proposito di alcuni capitoli del seminario di Lacan. Mi auguro che anche la giornata del 18 maggio a Milano dedicata anch’essa alla discussione del seminario IV di Lacan sia altrettanto fine e rigorosa e che possa contare sulla presenza di voi tutti.</p>
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		<title>R. Armellino su &#8220;Leggendo Freud, studiando Lacan&#8221; di Paola Caròla</title>
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		<pubDate>Sat, 08 Dec 2012 16:10:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>rossella</dc:creator>
				<category><![CDATA[Note di lettura]]></category>
		<category><![CDATA[libri]]></category>
		<category><![CDATA[psicanalisi]]></category>

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		<description><![CDATA[Leggendo questo testo che raccoglie le note che hanno fatto da guida allo studio che la dott.ssa Paola Caròla ha svolto dei testi freudiani al Centro Lacaniano di Studi Psicoanalitici (CLSP) a partire dall’87, non ho potuto fare a meno di ricordare quegli anni in cui seguivo da studentessa di filosofia le attività di questo [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Leggendo questo testo che raccoglie le note che hanno fatto da guida allo studio che la dott.ssa Paola Caròla ha svolto dei testi freudiani al Centro Lacaniano di Studi Psicoanalitici<span id="more-1641"></span> (CLSP) a partire dall’87, non ho potuto fare a meno di ricordare quegli anni in cui seguivo da studentessa di filosofia le attività di questo Centro davvero unico nella mia città. Per chi come me era attirato da queste letture psicanalitiche, oltre ad alcuni corsi universitari di psicologia dinamica e a qualche incontro pubblico all’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici dove avevo incontrato da liceale Cesare Musatti, era davvero difficile trovare un luogo in cui questo desiderio di conoscenza, slegato dagli esami universitari o dalle rigide e costose convenzioni che regolano certi istituti di formazione psicoanalitica, potesse essere mantenuto vivo. Questo luogo per me non è stato solo l’incontro con un luogo fisico, ma soprattutto il luogo d’incontro di un desiderio, che mi aveva animato negli anni e che mi aveva mosso nella relazione con alcune persone, da me di volta in volta investite come soggetti supposti sapere: i miei genitori, il mio parroco, i miei insegnanti. Il CLST è stato per me il luogo in cui, per dirlo con le parole di Paola Caròla «potessero essere accolti e appoggiati quei tentativi individuali, tanto spesso ignorati o fraintesi, di dare spazio al soggetto». La frequentazione di questo centro è stata per me una vera e propria sorpresa, e credo lo sia stato anche per altri che insieme a me hanno seguito ciò che vi si svolgeva.</p>
<p style="text-align: justify;">All’iniziale apertura a tutti di questo luogo, vi si potevano incontrare studenti di lettere e filosofia, psicologi, psichiatri, professori universitari, psicanalisti, seguiva poi la scoperta di un luogo il cui accesso era possibile solo se ci si metteva del proprio. Chi arrivava con l’idea di ottenere un sapere facile da comprendere, ne veniva presto deluso se non scoraggiato. Gli stessi seminari dattiloscritti di Lacan, conservati nella biblioteca del CLSP, all’epoca non c’esistevano traduzioni italiane, e pochi seminari erano stati pubblicati in Francia dalle edizioni <em>Seuil</em>, non erano facilmente consultabili o almeno non… tutti! Strano luogo davvero, da un lato apertura al sapere inconscio, dall’altro ostacoli verso questo sapere. Come se all’apparente facilità di acquisire un sapere, facesse subito riscontro la difficoltà di cogliere il concetto (<em>Begriff</em>), e confrontati presto con la nostra debilità mentale eravamo spinti a romperci con la difficoltà di questa presa. C’era di che scoraggiarsi, ma questo non era che l’effetto delle prime disillusioni, delle prime cadute identificatorie,  che dovevano lasciare il passo a qualcos’altro, quello sì con diritto di cittadinanza. Insomma, dopo un po’, mi fu chiaro che in quel luogo non si andava per ottenere qualcosa,  al contrario bisognava perdere qualcosa: niente titoli, niente crediti formativi, diremmo oggi, niente saperi spendibili sul mercato, ma un percorso tortuoso da seguire simile a quello del piccolo Hans che è preso dal concatenamento delle sue fantasie, dalle produzioni inconsce della catena significante e che alla fine lo portano a scoprirsi un altro. Si coglieva presto che a provocare tutto ciò era la presenza della dott.ssa Caròla, una presenza diversa che non avevo mai incontrato prima e che per questo scelsi per fare con lei la mia analisi.</p>
<p style="text-align: justify;">Al Centro ci andavo per ascoltare i diversi relatori che erano invitati dalla dott.ssa Caròla per parlarci dei temi che di anno in anno erano oggetto di studio, e di cui conservo ancora le locandine che con cura la dott.ssa preparava. C’erano le serate con gli ospiti stranieri, tutti allievi di Lacan, che provenivano da diverse scuole psicanalitiche. Poi c’erano i seminari interni tenuti dal prof. B. Moroncini, docente alla facoltà di Filosofia con cui mi sono laureata e che mi fece conoscere il Centro, e dal prof. Cesare Colletta, docente di letteratura francese all’università, i quali ogni quindici giorni commentavano i testi lacaniani fornendoci anche delle ottime traduzioni con apparato di note per la comprensione. La dott.ssa Caròla teneva invece un suo seminario sulla lettura dei testi freudiani, di cui questo libro raccoglie alcune tracce di quello su cui lei lavorava in quegli anni. Ricordo bene che quello che mi colpiva in questi incontri era un suo modo di leggere il testo, interrogandolo ed  evidenziandone le opacità, e a chi poneva domande perché spinto dalla fretta di capire, di afferrarne il senso, lei rispondeva in un modo che poteva lasciare insoddisfatti, ma che aveva un suo peso, e spiazzava l’interlocutore, che si vedeva di colpo crollare l’idealizzazione di quel sapere psicoanalitico, che credeva di poter alimentare. «La psicoanalisi – queste le sue parole –  si occupa di cose terra terra». Risposte così, o a lato, dette o manifestate in un suo modo di fare erano avvertite come indirizzate all’interlocutore, ma da una posizione diversa da quella da cui ce l’aspettavamo, da una posizione che si sottraeva alla simmetria io-tu, e che invece mantenevano quella “disparità soggettiva” che nel capitolo sul transfert trovate spiegato con le sue parole, ma che nel mio ricordo è marchiato dal suo <em>savoir faire</em>, dal suo saperci fare che puntava a mantenere vivi i desideri inconsci di chi rivolgeva a lei le proprie domande.</p>
<p style="text-align: justify;">Cosa si trattava d’imparare in quegli incontri seminariali? Semplicemente d’imparare a leggere, perché l’analista non è altro che un lettore che legge il testo di ciò che intende di ciò che si dice e che sa farsi da parte quando è il momento. Nei casi freudiani che Paola Caròla rilegge studiando Lacan, il lettore noterà subito la cura nel dare voce a ciò che dei soggetti in analisi, la giovane omosessuale, Dora, l’uomo dei topi, insiste in modo sintomatico per farsi sentire, e che grazie all’ascolto e al dispositivo psicanalitico, il transfert, può essere inteso da colui che parla.</p>
<p style="text-align: justify;">Frequentando il CLSP, capii che la psicoanalisi non poteva essere compresa come si studia un esame all’università, anche se la conoscenza della dottrina psicoanalitica è fondamentale e la stessa dott.ssa Caròla s’impegnava in questo senso invitando amici e studiosi ad occuparsene, ma che bisognava farne soprattutto l’esperienza e mettere da parte la fretta di andare al dunque, di trovare una spiegazione che però non toccava niente del nostro essere e che dovevamo, invece, darci il tempo per comprendere e metterci in gioco rispetto a questo sapere. Degli anni di frequentazione dei seminari della dott.ssa Caròla quello che ha lasciato un segno è stato il suo stile psicanalitico, che ne è stato la costante, quello di sostenere il desiderio di conoscere senza mai cedere su di esso, senza mai chiudere e saturare questo sapere che si declina solo al singolare, sebbene sia per tutti, ma non è trasmissibile annullandone la particolarità di chi vi accede. L’inconscio – dice Lacan – nella <em>Questione preliminare ad ogni possibile trattamento della psicosi</em> «è il luogo presente per tutti e chiuso ad ognuno, in cui Freud ha scoperto che senza che ci si pensi, e dunque senza che qualcuno possa pensare di pensarci meglio di un altro, c’è chi pensa, <em>ça pense</em>» (Scritti, p. 544). Mi auguro che noi, suoi analizzanti, che con lei abbiamo condiviso alcuni anni della nostra vita, riusciremo col suo stesso amore di transfert a continuare in questa trasmissione della psicoanalisi e ad offrire un luogo che sappia intercettare queste domande di sapere e a trasformarle in desiderio di sapere.</p>
<p style="text-align: right;">Rossella Armellino</p>
<p>Testo letto il 7 dicembre all’Associazione Lacaniana di Napoli durante una serata in onore di Paola Caròla e del suo libro postumo.</p>
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		<title>M. Drazien su &#8220;L&#8217;inconscio è il sociale&#8221; di M. Fiumanò</title>
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		<pubDate>Sun, 08 May 2011 16:20:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>rossella</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
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		<description><![CDATA[Leggi l&#8217;articolo]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a title="M. Drazien su “L’inconscio è il sociale” di M. Fiumanò" href="http://www.freud-lacan.it/?page_id=385">Leggi l&#8217;articolo</a></p>
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