In risposta all’articolo “L’autismo dei lacaniani” di G. Corbellini

Pubblichiamo, qui di seguito, la versione integrale della lettera inviata dall’ALI-in-Italia al Direttore del Sole24ore, in risposta all’articolo del 12 febbraio 2012 di Gilberto Corbellini

Gentile Direttore,

con riferimento all’articolo a firma del prof. Gilberto Corbellini, pubblicato dal suo giornale in data 12.02.2012, in cui con toni molto virulenti si denuncia la “perniciosa influenza, culturale e politica, della psicoanalisi” e “in modo particolare, degli esponenti di una delle sette [sic!] psicoanalitiche più insidiose, cioè il lacanismo” considerati dall’autore causa delle “diagnosi tardive” e “dei trattamenti inadeguati” in materia di autismo infantile in Francia (tanto più pericolosi, secondo Corbellini, quanto più essi rivelano la capacità di “infettare” i dipartimenti universitari stranieri, alimentando “l’esercito di zombie intellettuali che si compiace di raccontarsi favolette costruttiviste”) vorremmo avanzare alcune considerazioni. Riteniamo doveroso metterle a disposizione della pubblica opinione italiana tramite le pagine del suo autorevole giornale, di cui apprezziamo – non da oggi – la serietà dell’impianto e il rigore (sempre più difficile da mantenere) nel fornire un tipo d’informazione programmaticamente aliena da meri scandalismi.

Non vogliamo qui entrare nel merito di una polemica psicanalisi sì/psicanalisi no nel trattamento dell’autismo, accesasi attorno alla sentenza di un tribunale francese che fa divieto alla regista Sophie Robert di proiettare un documentario dove l’emergenza autismo nel suo paese è imputata alla perniciosa influenza esercitata dagli psicanalisti in merito a questo disturbo. Le sentenze dei tribunali come i matrimoni – si sa – non possono mai essere giudicate dall’esterno! Occorre leggere le motivazioni nel dettaglio e, sino ad allora, dare per scontato che un giudizio sia stato formulato proprio sulla base di quelle “prove” testimoniali che Corbellini invoca nella sua requisitoria pro ricerca neurologica e psicologia cognitivo-comportamentale statunitense, a danno della psicanalisi (la quale non sarebbe, secondo lui, in grado di dimostrare empiricamente il funzionamento delle proprie cure!).

Né ha senso obiettare all’iroso collega di Storia della medicina dell’Università romana che i lacaniani non sono propriamente una “setta”, se con tale termine intendiamo una “comunità religiosa che per particolari aspetti dottrinali o pratici viene a trovarsi in dissenso più o meno profondo con una preesistente comunità o chiesa più vasta e affermata” (S. Battaglia, Grande dizionario della lingua italiana, s.v. Setta. Torino, UTET 1996). Se per ciò che ne è della psicanalisi la “preesistente comunità o chiesa più vasta e  affermata” è storicamente rappresentata dal freudismo, allora proprio Jacques Lacan (e solo lui) ha sempre propugnato il “ritorno a Freud” e alla lettura “letterale” del testo freudiano! Se, poi, per setta si intende (con un uso non testimoniato dai lessici, eppure corrente) “conventicola, gruppuscolo dissidente”, allora nemmeno quest’accezione è appropriata ai lacaniani che, raggruppati in varie associazioni internazionali, contano oramai migliaia di membri sparsi in tutta Europa (dove merita di essere registrata la nascita di un vigoroso e prorompente lacanismo nei paesi ex-comunisti: dalla Russia, all’Ucraina, alla Polonia fino alla Bulgaria), nel nord-Africa, in Medio-Oriente, nelle Americhe e in Australia,  oltre che – ovviamente – nel nostro stesso paese.

Ciò che invece vorremmo qui problematizzare è che le varie teorie cognitivo-comportamentali (TCC), della cui oggettività tanto si dice, non sono affatto il portato di esperienze incontrovertibili che si sono imposte da sé e che, in quanto tali, sono pertanto “oggettive” e le sole corrette sul piano etico. Le scienze cognitive e le neuroscienze attuali vogliono infatti spiegare il pensiero sulla base di schemi attinti dal biologico (da cui riprendono la rappresentazione di come gli organismi regolano la loro azione nell’ambiente in cui vivono e con i loro congeneri) cercando di far corrispondere le distinte terapie cognitivo-comportamentali a singoli e specifici circuiti cerebrali. Ma, nel far ciò, dimenticano che i modi di apprendimento di dette architetture funzionali e neuronali implicano di per sé quelle stesse categorie che proprio le architetture in questione sarebbero deputate a fondare! In altri termini, queste scienze non si pongono come problema il fatto di poter cogliere solo quel reale che le loro categorie consentono di riconoscere e che invece tutti gli altri fatti (che pure esistono e, però, non rientrano in quelle) ne restano esclusi! Tra questi fatti, al primo posto, figura il soggetto dell’inconscio, quello che parla persino in uno psicotico che con il suo delirio si sforza di dare alla propria sofferenza una spiegazione che tenga. Per uno psicanalista tale psicotico resta pur sempre da rispettare nella sua dimensione di soggetto e – soprattutto – da ascoltare con molta serietà (giacché nelle sue frasi deliranti dice qualcosa che ha a che fare con una verità!) Perse nella loro concezione dell’essere umano come assemblaggio modulare, insieme di funzioni biologiche e cognitive all’opera nel funzionamento del corpo con l’ambiente, le TCC non possono tirare le conseguenze di un fatto di per sé incontrovertibile: che l’uomo – a differenza dell’animale – parla e che, parlando, snatura profondamente il proprio funzionamento biologico e istintituale (ivi compreso il c.d. “istinto sessuale”). Proprio perché parla, l’uomo è infatti soggetto di desiderio, vale a dire eternamente sospinto a cercare qualcosa al di là del bisogno fisiologico. Sulla base di tale spinta noi amiamo, lavoriamo, mettiamo al mondo dei figli, cerchiamo senza posa altro: in una parola, creiamo! E di questo non si può non tenere conto.

Perché, malgrado l’importante ipoteca metodologica e teorica, il cognitivismo acquista sempre più piede nelle istituzioni e nelle società tecnologicamente avanzate? Le ragioni di ciò non dipendono dalla inoppugnabilità scientifica del suo apparato concettuale, ma dal tipo di discorso sociale di cui le TCC sono il prodotto. E il discorso di cui parliamo è quello nato dalla crisi del patriarcato – il tradizionale sistema su cui si reggevano finora le nostre società, all’interno delle quali i posti fra le generazioni e fra i sessi erano assegnati rigorosamente (patriarcato che oggi, scomparendo, ha lasciato dietro di sé una situazione molto incerta nella quale l’individuo non può non sentirsi profondamente disancorato). Il mito di teorie che restituiscano l’illusione di una verità oggettiva onnicomprensiva può in queste circostanze esercitare il suo fascino, soprattutto quando investa l’uomo tecnologico (ossia l’individuo atomizzato, considerato sciolto dai suoi rapporti con la storia, la famiglia, la cultura: l’individuo, per l’appunto, contemporaneo).  Il fatto di parlare di influssi nervosi o risposte cellulari non basta, però, di per sé a fare di un discorso un discorso scientifico: stabilire l’identità fra una emozione e gli influssi nervosi è infatti cosa impossibile e priva di senso! Né, nel loro mettere da parte il soggetto perché “oggettive”,  le TCC tengono nel debito conto che l’oggettività è sempre e solo oggettività per un soggetto!

Un’ulteriore incentivazione alla diffusione dei discorsi cognitivo-comportamentali – che, va osservato, stanno facendo con molta irruenza (lo si apprezza anche dal tono dell’intervento del prof. Corbellini) terra bruciata di tutti gli altri – è quella data dalla Associazioni di malati le quali, di fronte all’angoscia di un reale traumatico e dell’incertezza del percorso terapeutico da intraprendere, si organizzano dal basso, definendo in modi “democratici” l’ambito della patologia e le maniere di affrontarla. Assistiamo qui all’intreccio inestricabile (ma non per questo meno insidioso) di vari elementi: dalla tendenza all’iper-inclusione nel novero dell’autismo (ma sarebbe meglio parlare di: spettro di forme autistiche) di malati che non presentano una patologia acclarata, al fatto che, molto spesso, è proprio a tali Associazioni che ci si rivolge per le inchieste genetiche e i test sulle terapie (con la conseguenza di presentare come “neutrali” risultati di parte), a quello dell’affermazione crescente di una tendenza all’empowerment in virtù della quale gli stessi malati si pongono come esperti della propria malattia e le stesse associazioni finiscono per dettare l’agenda della ricerca scientifica. Negli USA, tanto cari agli ambienti neuroscientifici nostrani, si assiste a una sempre più spiccata ed evidente trasformazione del paziente in “cliente” giacché “suoi” sono i soldi con cui si paga in molti casi la ricerca. E quando sono le Associazioni di malati e dei loro familiari a pilotare democraticamente dal basso la salute pubblica la tendenza, purtroppo, è sempre alla “normalizzazione”, a una certa concezione normativa della salute e della malattia.  Il fatto che due fra le maggiori Associazioni dell’autismo in Italia abbiano optato ufficialmente per le TCC va dunque considerato, non come una prova conclamata dell’efficacia di un percorso terapeutico rispetto a un altro, ma come la dimostrazione della complessità di quell’intreccio. Il che, naturalmente, nulla toglie alla sofferenza delle persone coinvolte e al loro legittimo desiderio di trovare una soluzione. Solo che spesso la strada più facilmente imboccata è quella della de-responsabilizzazione, cioè del non sostenere la propria implicazione in ciò che è avvenuto e dello scegliere di rigettare le cause su disturbi neuronali come se questi ultimi fossero la sola spiegazione possibile.

Se la complessità dei fattori in gioco nel trattamento dell’autismo riesce ad arrivare alla pubblica opinione e a diventare materia di riflessione, allora acquisterà tutta la sua importanza  un’iniziativa come quella promossa dal gruppo di ortofonologia di Venezia (www.ortofonologia.it/allegati/AUTISMO_petizione.pdf) a supporto della riapertura di una discussione a livello istituzionale-politico in Italia sulle linee-guida dell’autismo ­– discussione che prende le mosse a partire da quanto ha dichiarato nell’ormai lontano 2005 in un proprio documento la Società di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza: “non esiste un intervento che va bene per tutti i bambini autistici, (…) non esiste un intervento che va bene per tutte le età, (…) non esiste un intervento che può rispondere a tutte le molteplici esigenze direttamente e indirettamente legate all’autismo”. E si potrà anche apprezzare nel suo giusto peso l’importante iniziativa della Casa Editrice Editori Internazionali Riuniti la quale si accinge a pubblicare per la prima volta in lingua italiana una raccolta di articoli clinici della dott.ssa Marie-Christine Laznik, del Centro Alfred Binet di Parigi, psicanalista e psicologo fra i maggiori esperti di autismo infantile, da anni collaboratrice scientifica di illustri colleghi (anche italiani) impegnati in tutto il mondo nella lotta a questo disturbo – colleghi, si badi bene, di formazione e di orientamenti più diversi. Sulla base di una ricca casistica clinica, documentabile anche da filmati, gli psicanalisti lacaniani dell’Association Lacanienne Internationale possono oggi attestare la remissione completa della patologia in una serie di pazienti diagnosticati come autistici, purché presi in trattamento entro i primi 18 mesi di vita – quegli stessi psicanalisti lacaniani che in tutto il mondo si adoperano oggi per sensibilizzare i pediatri alla presenza di tre semplici segni che, se riconosciuti in tempo, sono in grado di scongiurare l’ingresso del bébé nell’autismo. Secondo una modalità di lavoro che non esclude  quella degli altri, ma – anzi – cerca di andarvi incontro.

Tutto sta nell’accettare di confrontarvisi.

Con vivi ringraziamenti,

Associazione Lacaniana Internazionale-in-Italia

Un Commento a “In risposta all’articolo “L’autismo dei lacaniani” di G. Corbellini”

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