Paolo Scarano – Annodarli come 1 da un minimo di 3

L’anno scorso con “Les non-dupes errent” abbiamo introdotto la terza dimensione che Lacan battezza istituendo così la topologia del nodo. Comincia a parlarne in un modo differente da come, fino ad allora, era stata pronunciata.
“Quest’anno vorrei parlarvi del Reale ”; così introduce la prima questione della prima lezione di R.S.I. Ma sembra che riprenda le cose come se non ne avesse mai parlato.
Lacan non utilizza subito il nodo borromeo per annodare R.S.I. Inizialmente lo usa per annodare i significanti.
Le proprietà topologiche del nodo permettono a Lacan di concettualizzare differentemente ciò che nel 1953 chiamava i tre registri essenziali della realtà umana: Simbolico, Immaginario, Reale. In quegli anni Lacan ne parla commentandoli a due a due in un famoso schema presente in quel testo. Nel corso del suo insegnamento il nodo gli fa riprendere la questione arrivando ad intrecciare i tre registri insieme. Il nodo borromeo è una costruzione lacaniana che è, da un lato il punto primario dei suoi ultimi lavori, dall’altro una rottura perché con l’introduzione di una nuova geometria non si fa più referenza al significante; alla fine di “Ancora” fa significare il nodo come una catena significante.
La questione ora verte sul reale. L’interrogazione è a partire dal Reale con la R maiuscola e per rendere conto del Reale e di come possa tenere insieme al simbolico e all’Immaginario. Nel “Les non-dupes errent” Lacan parla di reale come ciò che con gli altri due anelli di corda fa tre e fa treccia.

Tutta la prima lezione di R.S.I. riguarda il reale e ciò che permette di distinguere queste tre dimensioni. Esse esistono a partire dal momento che Lacan le enuncia come tali. Il problema è che c’è solo il senso che permette di discernerle. Questo emerge grazie al linguaggio. Senza di esso non avremmo effetti di senso e allo stesso tempo questo effetto di senso è ciò che ci tiene lontani dal Reale, ci rende estranei o, come dice Lacan “imbecilli” in rapporto al reale. È un modo di dire che il reale è impensabile. Dobbiamo trovare una comune misura tra l’impensabile, l’immagine del corpo e l’ordine simbolico, l’ordine del significante.
Osserviamo che reale, simbolico e immaginario hanno un senso e sono tre sensi differenti. Ma è sufficiente solo che siano differenti perché facciano tre? Se sono così differenti, se sono uno, due, tre, bisogna che qualcosa faccia da comune misura tra di loro. Cos’è questa comune misura? Parliamo di matematica o di struttura?
Bernard Vandermesch nel suo seminario invernale a Roma ci suggerisce che se questi 1 ad esempio sono in realtà tutti lo stesso 1, il risultato sarà ancora 1. Io+io+io sono sempre io. Se quell’1 è sempre lo stesso non ci sarà nulla che lo distinguerà dall’altro. Ma se sono differenti bisogna allora che ci sia qualcosa che marchi questa differenza. Cosa ci suggerisce una differenza in questi termini? Possiamo dire un primo 1, un secondo 1, un terzo 1: il risultato sarà tre. Un primo, un secondo, un terzo. Per dire che fanno tre devo perciò trovare una comune misura.
Potremmo pensare che l’unità sia la funzione di comune misura? Per trovare questa comune misura tra i tre bisogna ridurre ciascuno di loro ad un uno.
È nel passaggio attraverso “Les non-dupes errent” e “R.S.I.” che Lacan cerca di rendere omogenee le tre dimensioni del soggetto. Per prima cosa dà a tutte e tre la forma di un cerchio che in matematica si chiama nodo. Il nodo borromeo in matematica non è un nodo quanto piuttosto una catena di nodi. Reale, Simbolico e Immaginario: come possiamo omogeneizzarli tra di loro dal momento che sono radicalmente Altro l’uno all’altro?
Bisogna distinguere l’Altro in un rapporto interno ed esterno così come fa Freud nell’”Introduzione alla psicanalisi ” con il disegno del sacco. Lacan parla subito della geometria del sacco che porta con sé questioni irrisolte. Perché qualcosa che è inclusa in un’altra cosa deve essere necessariamente più piccola? Esiste qualcosa che è inclusa in un’altra e ciò nonostante non è più piccola? Se pensiamo ad esempio all’insieme dei numeri naturali e dei numeri pari che tendono ad infinito possiamo avere tanti numeri pari quanti numeri naturali.
C’è quindi questo primo altro che è quello esterno, ma c’è anche l’Altro (con la A maiuscola). “Si definisce per non avere il minimo rapporto per quanto piccolo lo immaginiate… ” Perché per quanto piccolo lo immaginiamo, mettiamo in campo l’immaginario e facendo così abbiamo tutte le possibilità.
La questione verte ancora sull’omogenizzazione del reale, simbolico e immaginario dal momento che essendo tre, uno non è l’altro, ma ognuno (dei 3) è Altro per l’altro. Questo li differisce rendendoli ciascuno diversi in riferimento agli altri due, i quali sono vicini ed annodati. Lo sforzo di non consentire una distinzione sulla base del senso che ciascuno può assumere è la questione che rimanda alla clinica, all’ascolto del paziente.

Lacan dice: “La definizione del nodo borromeo parte da tre. C’è da sapere che se dei tre, tagliate uno degli anelli sono liberi tutti e tre, cioè gli altri due anelli sono liberati” . Già lo scorso anno abbiamo visto come un nodo borromeo sia tale quando, se tagliamo un anello gli altri due si liberano. Ognuno di loro è indispensabile per far tenere il nodo e ogni anello passa sotto l’altro e sopra l’altro in un nodo a tre. Perché un anello e un secondo anello non stanno insieme. Ma un terzo anello non annodato a ciascuno dei precedenti sia in grado di tenerli insieme tutti e tre è la vera sorpresa del nodo. Nonostante siano tutti separati sono tutti intrecciati.
Perché il numero per Lacan comincia da tre? È possibili avere a che fare con qualcosa che non sia determinato dal Reale, Simbolico, Immaginario? Ci vogliono queste dimensioni perché vi sia il nodo borromeo, nella misura in cui si supporta del numero tre.
“Sono immaginabili altre dimensioni e sono state immaginate. È per tenere con il Simbolico e il Reale che l’Immaginario si riduce a ciò che non è un limite imposto dall’involucro del corpo, ma al contrario si definisce da un minimo, ciò che fa sì che non ci sia nodo borromeo che da ciò che sia almeno tre ”. A prescindere da quante dimensioni immaginabili possano sorgere è per tenere al Simbolico e al Reale che l’Immaginario si riduce a ciò che non è un massimo imposto al corpo come un sacco freudiano ma si definisce come un minimo. Il tre non è il massimo di qualcosa che il corpo può contenere ma è il minimo. Da tre all’infinito. È una questione nuova e importante e per quanto mi riguarda è qui che si sviluppa la questione: un più di tre. È a partire dal tre che comincia la sorpresa. La maniera di dargli un’unica misura è di annodarli come 1 da un minimo di 3.

Che cos’è il nodo borromeo se lo pensiamo nella clinica psicanalitica? È la questione che mi fa riflettere da quando ho incontrato la topologia lacaniana dei nodi. È molto differente e quasi fa rottura con l’insegnamento dei primi anni di Seminario permettendo un nuovo modo di pensare la psicanalisi, così come la lettura di Lacan permette un nuovo modo di leggere Freud.
Un elemento di discussione che porto è che il nodo borromeo in quanto Reale, Simbolico, Immaginario non è un modo di immaginare il soggetto, ma il modo di rendere conto del suo discorso. R.S.I. ha a che fare con il discorso del soggetto? Con il nodo borromeo l’analista è un ordinatore del discorso, non è colui che asseconda i meccanismi dell’io (moi), di ciò che opera nella parola dell’analizzante.
R.S.I. non è un modello perché altrimenti sarebbe immaginario. Lacan dice: “Mi pare di aver giustificato in che cosa il nodo borromeo può scriversi; poiché è una scrittura, una scrittura che supporta un reale. Questo…designa che non solo il Reale può reggersi su una scrittura ma che non c’è altra idea sensibile del reale ”.

Si può parlare di una scrittura di un reale, qualcosa sfugge alla rappresentazione? Il nodo borromeo ci consente di realizzare ciò che il nostro pensiero limitato dall’immaginario resiste a concepire. Cos’è l’Immaginario? Lacan dice che è il frutto della nostra debilità mentale“…non appena sfiorate, pronunciate il termine Immaginario, c’è qualcosa che fa sì che l’essere che parla si dimostri votato alla debilità mentale ”.
A causa del nostro Immaginario possiamo cogliere tante cose impedendo di coglierne altre. L’immaginario è una funzione del corpo; è molto legato al corpo. L’immaginario è una funzione del corpo perché c’è sempre qualcosa di rappresentabile con un corpo. Lacan non dimentica che abbiamo anche degli organi per la rappresentazione e che l’immaginario non è qualcosa fuori corpo, ma è qualcosa costruito dai nostri apparati di conoscenza, strutturati dall’ordine del significante del linguaggio al punto che tutto ciò che vediamo possiamo vederlo così come il nostro fantasma ce lo fa vedere. Lacan cita il Piccolo Hans a questo proposito. “Se il Piccolo Hans si getta nella fobia, è evidentemente per dare corpo, l’ho dimostrato per tutto un anno, per dare corpo all’imbarazzo che ha di questo fallo, e per il quale si inventa tutta una serie di equivalenti diversamente scalpitanti sotto la forma della fobia detta dei cavalli ”.
Tutto ciò che si presenta al corpo è sempre riflessi sul corpo. Non possiamo immaginare qualcosa che abbia senso che alla fine non si riduca ad un corpo. Non concepiamo un concetto che non sia rappresentabile con un corpo: un alto, un basso, delle misure. Quando facciamo gli insiemi, che è una nozione astratta facciamo un cerchio, cioè un corpo e mettiamo delle cose dentro. Solo una scrittura matematica permette di escludere il senso eliminando l’immaginario per reperire un pezzetto di Reale. Lacan arriva alla scrittura del nodo, nel tentativo di rendere conto nel modo più esatto della struttura. In un modo cioè che possa scrivere anche R in cui più esplicitamente si individua l’intreccio di S e I e a cui la clinica ci mette di fronte.

Intervento al seminario annuale di studio su R.S.I. tenuto il 2 giugno 2012 a Torino

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