R. Armellino su “Leggendo Freud, studiando Lacan” di Paola Caròla

Leggendo questo testo che raccoglie le note che hanno fatto da guida allo studio che la dott.ssa Paola Caròla ha svolto dei testi freudiani al Centro Lacaniano di Studi Psicoanalitici (CLSP) a partire dall’87, non ho potuto fare a meno di ricordare quegli anni in cui seguivo da studentessa di filosofia le attività di questo Centro davvero unico nella mia città. Per chi come me era attirato da queste letture psicanalitiche, oltre ad alcuni corsi universitari di psicologia dinamica e a qualche incontro pubblico all’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici dove avevo incontrato da liceale Cesare Musatti, era davvero difficile trovare un luogo in cui questo desiderio di conoscenza, slegato dagli esami universitari o dalle rigide e costose convenzioni che regolano certi istituti di formazione psicoanalitica, potesse essere mantenuto vivo. Questo luogo per me non è stato solo l’incontro con un luogo fisico, ma soprattutto il luogo d’incontro di un desiderio, che mi aveva animato negli anni e che mi aveva mosso nella relazione con alcune persone, da me di volta in volta investite come soggetti supposti sapere: i miei genitori, il mio parroco, i miei insegnanti. Il CLST è stato per me il luogo in cui, per dirlo con le parole di Paola Caròla «potessero essere accolti e appoggiati quei tentativi individuali, tanto spesso ignorati o fraintesi, di dare spazio al soggetto». La frequentazione di questo centro è stata per me una vera e propria sorpresa, e credo lo sia stato anche per altri che insieme a me hanno seguito ciò che vi si svolgeva.

All’iniziale apertura a tutti di questo luogo, vi si potevano incontrare studenti di lettere e filosofia, psicologi, psichiatri, professori universitari, psicanalisti, seguiva poi la scoperta di un luogo il cui accesso era possibile solo se ci si metteva del proprio. Chi arrivava con l’idea di ottenere un sapere facile da comprendere, ne veniva presto deluso se non scoraggiato. Gli stessi seminari dattiloscritti di Lacan, conservati nella biblioteca del CLSP, all’epoca non c’esistevano traduzioni italiane, e pochi seminari erano stati pubblicati in Francia dalle edizioni Seuil, non erano facilmente consultabili o almeno non… tutti! Strano luogo davvero, da un lato apertura al sapere inconscio, dall’altro ostacoli verso questo sapere. Come se all’apparente facilità di acquisire un sapere, facesse subito riscontro la difficoltà di cogliere il concetto (Begriff), e confrontati presto con la nostra debilità mentale eravamo spinti a romperci con la difficoltà di questa presa. C’era di che scoraggiarsi, ma questo non era che l’effetto delle prime disillusioni, delle prime cadute identificatorie,  che dovevano lasciare il passo a qualcos’altro, quello sì con diritto di cittadinanza. Insomma, dopo un po’, mi fu chiaro che in quel luogo non si andava per ottenere qualcosa,  al contrario bisognava perdere qualcosa: niente titoli, niente crediti formativi, diremmo oggi, niente saperi spendibili sul mercato, ma un percorso tortuoso da seguire simile a quello del piccolo Hans che è preso dal concatenamento delle sue fantasie, dalle produzioni inconsce della catena significante e che alla fine lo portano a scoprirsi un altro. Si coglieva presto che a provocare tutto ciò era la presenza della dott.ssa Caròla, una presenza diversa che non avevo mai incontrato prima e che per questo scelsi per fare con lei la mia analisi.

Al Centro ci andavo per ascoltare i diversi relatori che erano invitati dalla dott.ssa Caròla per parlarci dei temi che di anno in anno erano oggetto di studio, e di cui conservo ancora le locandine che con cura la dott.ssa preparava. C’erano le serate con gli ospiti stranieri, tutti allievi di Lacan, che provenivano da diverse scuole psicanalitiche. Poi c’erano i seminari interni tenuti dal prof. B. Moroncini, docente alla facoltà di Filosofia con cui mi sono laureata e che mi fece conoscere il Centro, e dal prof. Cesare Colletta, docente di letteratura francese all’università, i quali ogni quindici giorni commentavano i testi lacaniani fornendoci anche delle ottime traduzioni con apparato di note per la comprensione. La dott.ssa Caròla teneva invece un suo seminario sulla lettura dei testi freudiani, di cui questo libro raccoglie alcune tracce di quello su cui lei lavorava in quegli anni. Ricordo bene che quello che mi colpiva in questi incontri era un suo modo di leggere il testo, interrogandolo ed  evidenziandone le opacità, e a chi poneva domande perché spinto dalla fretta di capire, di afferrarne il senso, lei rispondeva in un modo che poteva lasciare insoddisfatti, ma che aveva un suo peso, e spiazzava l’interlocutore, che si vedeva di colpo crollare l’idealizzazione di quel sapere psicoanalitico, che credeva di poter alimentare. «La psicoanalisi – queste le sue parole –  si occupa di cose terra terra». Risposte così, o a lato, dette o manifestate in un suo modo di fare erano avvertite come indirizzate all’interlocutore, ma da una posizione diversa da quella da cui ce l’aspettavamo, da una posizione che si sottraeva alla simmetria io-tu, e che invece mantenevano quella “disparità soggettiva” che nel capitolo sul transfert trovate spiegato con le sue parole, ma che nel mio ricordo è marchiato dal suo savoir faire, dal suo saperci fare che puntava a mantenere vivi i desideri inconsci di chi rivolgeva a lei le proprie domande.

Cosa si trattava d’imparare in quegli incontri seminariali? Semplicemente d’imparare a leggere, perché l’analista non è altro che un lettore che legge il testo di ciò che intende di ciò che si dice e che sa farsi da parte quando è il momento. Nei casi freudiani che Paola Caròla rilegge studiando Lacan, il lettore noterà subito la cura nel dare voce a ciò che dei soggetti in analisi, la giovane omosessuale, Dora, l’uomo dei topi, insiste in modo sintomatico per farsi sentire, e che grazie all’ascolto e al dispositivo psicanalitico, il transfert, può essere inteso da colui che parla.

Frequentando il CLSP, capii che la psicoanalisi non poteva essere compresa come si studia un esame all’università, anche se la conoscenza della dottrina psicoanalitica è fondamentale e la stessa dott.ssa Caròla s’impegnava in questo senso invitando amici e studiosi ad occuparsene, ma che bisognava farne soprattutto l’esperienza e mettere da parte la fretta di andare al dunque, di trovare una spiegazione che però non toccava niente del nostro essere e che dovevamo, invece, darci il tempo per comprendere e metterci in gioco rispetto a questo sapere. Degli anni di frequentazione dei seminari della dott.ssa Caròla quello che ha lasciato un segno è stato il suo stile psicanalitico, che ne è stato la costante, quello di sostenere il desiderio di conoscere senza mai cedere su di esso, senza mai chiudere e saturare questo sapere che si declina solo al singolare, sebbene sia per tutti, ma non è trasmissibile annullandone la particolarità di chi vi accede. L’inconscio – dice Lacan – nella Questione preliminare ad ogni possibile trattamento della psicosi «è il luogo presente per tutti e chiuso ad ognuno, in cui Freud ha scoperto che senza che ci si pensi, e dunque senza che qualcuno possa pensare di pensarci meglio di un altro, c’è chi pensa, ça pense» (Scritti, p. 544). Mi auguro che noi, suoi analizzanti, che con lei abbiamo condiviso alcuni anni della nostra vita, riusciremo col suo stesso amore di transfert a continuare in questa trasmissione della psicoanalisi e ad offrire un luogo che sappia intercettare queste domande di sapere e a trasformarle in desiderio di sapere.

Rossella Armellino

Testo letto il 7 dicembre all’Associazione Lacaniana di Napoli durante una serata in onore di Paola Caròla e del suo libro postumo.

 

 

 

 

 

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