Marcel Czermak – Ritorno sulla psicosi ‘unienne’, il puro s’embiante e l’amnesia di identità

Siccome ho avuto la gioia di ascoltare la storia dello “Smemorato di Collegno”, il modo in cui è stata presentata questa storia, gli effetti che ha avuto sull’uditorio partecipano assolutamente al quadro clinico di tutto il caso dato che è qualcosa a cui pensavo. Quindici anni fa, non so Paola (Caròla) se ricordi, c’era stata una riunione all’Istituto Francese di Napoli, “Il teatro della memoria”, e il signor Sciascia avrebbe dovuto venire e avevo previsto di litigare con lui. Purtroppo ha avuto i problemi cardiaci che sappiamo e abbiamo mancato l’occasione d’incontrarci.
Di solito, quando qualcuno dice – allora per fare un po’ tabula rasa. Si può dire “le impronte digitali erano irrefutabili”. Però stranamente l’Italia si è divisa, ci sono stati quelli che erano più dalla parte di Mussolini, coloro che hanno appoggiato una famiglia cattolica di professori di filosofia, (di un’eleganza discreta e tradizionale), molto borghese, per bene, una vedova cattolica che non ha più trovato marito; e d’altra parte, un tipografo, boheme, ricercato dalla polizia che nella sua vita non è mai stato lì dove ci si aspettava che fosse. La dattiloscopia è dunque irrefutabile. La signora Cannella ha almeno avuto il merito d’indicarci che il vino importa poco, basta che si raggiunga l’ubriachezza. Quindi non ha atteso la conferma che fosse davvero suo marito per avere da lui altri due figli. E lui cosa ha pensato? “Béh, visto che lei dice che sono suo marito, perché no?”
Voi sapete sicuramente che, quando un uomo ha una crisi d’identità – perché questo può succedere -, siccome di solito non siamo capaci di pensare come saremmo se dimenticassimo il nostro nome, veniamo presi da angoscia, tutta la filmografia che esiste attorno all’amnesia d’identità, indica appunto il modo in cui il soggetto che soffre di amnesia è preso da angoscia.
Eppure questi casi non sono casi di angoscia. È formidabile come sono tranquille queste persone. Con la dimenticanza del patronimico, hanno spazzato via ogni tipo di preoccupazione, si sono tolti di mezzo tutte le noie della vita quotidiana, sono veramente gestiti dall’inconscio, al punto che alcuni si chiedono se non siano dei pazzi. La clinica sulla perdita dell’identità, che abbiamo cercato di mettere in piedi con alcuni amici, è piuttosto eloquente. Ho conosciuto un uomo che poteva abbordare le donne soltanto in discoteche molte oscure e a condizione di non sapere i loro nomi.

Sono persone che si caratterizzano così, perché la dimenticanza verte elettivamente sul significante del patronimico, del nome proprio – il che ha un senso, perché si tratta del significante da cui si originano tutti i riferimenti (références): contrariamente a quanto ci viene insegnato, il nome proprio non è un riferimento, ma è ciò a partire da cui può esserci riferimento. Quindi, sbarazzandosi del nome proprio, il soggetto semplicemente è come mancante al suo posto, non deve più rispondere di nulla, né degli oneri, né degli obblighi che derivano dalla sua iscrizione in un certo lignaggio, in una certa genealogia – in altri termini, di ciò che in psicanalisi chiamiamo ordinariamente castrazione. Niente più castrazione! Generalmente, siccome queste storie si risolvono da sole – a condizione di non occuparsene troppo -, quando ritrovano il loro nome e il loro cognome, con essi ritrovano l’angoscia. Il che costituisce comunque un’indicazione molto precisa di quanto il nome veicola come divisione e come angoscia necessaria a causa degli oneri che ne conseguono. Ho anche conosciuto persone che presentavano amnesie identitarie inscatolate le une nelle altre, un po’come le piccole matrioske russe, cioè che si svegliano al mattino “ho dimenticato il mio patronimico”, però la vita ricomincia normalmente e piano piano tutti i problemi, le preoccupazioni ricominciano. Amnesie appunto che s’inscatolano le une nelle altre. Sono soggetti caratterizzati da un quadro molto preciso che precede l’amnesia: impersonalizzazione, anonimato e atopia. Quindi persone sulle quali non si può contare. Non mi estenderò maggiormente su questo quadro, che meriterebbe ulteriori sviluppi.

Quindi, nell’affare Bruneri e Cannella – più che in altre questioni – certo, Mussolini dava ordini all’epoca ai tribunali e alla stampa in sostegno della signora Cannella. Però tutto ciò che sappiamo ci fa dire che non avevamo bisogno neppure della dattiloscopia per fare una diagnosi. Allora non si crede loro, innanzitutto, la polizia comincia a pestarli, si dice “sono simulatori”, “raccontano storie”, “cercano di sfuggire”. È ciò che è accaduto nel caso Bruneri Cannella: gli sbirri hanno cominciano col maltrattarlo, hanno chiamato un medico della Prefettura di Milano che ha detto “No, è un vero smemorato”. E così via.

La cosa che trovo sciagurata è questa specie di febbre da detective suscitata da questo tipo di fenomeni. Febbre da detective, ho visto nella mia vita casi di amnesia d’identità. Allora, si telefona alla polizia e all’autorità giudiziaria per identificare la persona. Ho visto un gran numero di poliziotti che hanno preso questi casi con una vera febbre da detective, come i medici. Però, in questi casi, più si vuole sapere, più si viene a rinforzare la dimenticanza del nome, in quanto se si ricordano ricadono inesorabilmente lì, dove c’è il loro male. Allora quel che si deve fare è non fare assolutamente nulla.

Come esempio di questa febbre, la perizia del Professor Coppola di Palermo, 1200 pagine ecco, non c’è proprio nulla da trarre da questa perizia. Si vede proprio che egli fu ispirato da una sorta di febbre antropologica, medico-legale, psichiatrica, poliziesca che gli aveva fatto perdere il timone completamente. Quello che, da un punto di vista analitico, potremmo chiederci è come queste persone rispondono quando vengono sollecitate dal punto di vista del fallo – dal momento che il patronimico veicola, inesorabilmente, una dimensione di questo ordine. Il punto essenziale è però il tipo di sedazione sensazionale che la dimenticanza del patronimico comporta dal lato dell’angoscia.
Queste sono le osservazioni che volevo fare, perché vediamo in che modo andiamo a misurare i vari punti del cranio, la distanza tra un occhio e l’altro, tutti dettagli. Comunque la cosa formidabile è aver scritto un libro sulle “Memorie di uno smemorato”, mi sembra una cosa formidabile, è meraviglioso. Io ho trovato un tipo che aveva scritto un libro che si chiamava Memorie di uno smemorato per servire agli smemorati delle epoche future. E un altro che se gli si chiedeva “Chi c’è con lei”, rispondeva “Non so se ho una moglie, non so neppure se ho dei figli”. Aveva un anello, non una fede, quando gliel’ho fatto notare “Béh, lei dice che non sa se ha una moglie e dei figli, ma sicuramente ha dei genitori”, lui mi ha risposto “Ah, non ci avevo mai pensato”. E la storia gira attorno a questo: vale a dire che si tratta di casi che hanno precocemente ricusato la funzione della discendenza, soprattutto, la funzione paterna. Sono casi in cui avviene che la ricusazione della generazione precedente è assolutamente massiccia.

Siamo comunque sempre nel solco di queste storie transferenziali, perché è l’esposizione di Patrizia che mi incita. Un giorno è venuta a trovarmi una signora. Perché questa signora è venuta a trovarmi? È difficile da spiegare, ma alla fine ho scoperto che la mia voce l’aveva chiamata. Non c’eravamo mai incontrati, però lei aveva letto un mio testo e, secondo lei, la mia voce l’aveva chiamata. Non sono mai riuscito a sbarazzarmene. Un giorno se n’è uscita dicendo che ci saremmo sposati, che avrei lasciato tutto per lei, che ero destinato a lei ecc. Un caso di erotomania. Ma la cosa interessante era, visto che si trattava di una psicotica, che il posto della transfert era già iscritto: la mia voce l’aveva chiamata, anche se non c’eravamo mai incontrati. E siccome la mia porta normalmente è aperta, non le ho potuto impedire di ritornare. Dunque, noi abbiamo fatto una vera coppia, più esattamente perché si può parlare di coppia, poiché noi facevamo Uno, era qualcosa di riuscito. Ed è per questo che dico spesso – perché il termine coppia a volte, secondo me, è piuttosto erroneo – che una vera coppia è quella in cui ce n’è almeno uno che è psicotico, almeno uno che alloggia nell’Altro. Allora il congiungimento è riuscito. Ma per colui che non è d’accordo, la cosa si fa problematica. Però ci sono coppie in cui uno dei due non se ne rende neppure conto.
Io avevo previsto di parlare del ritorno sulla psicosi unienne. Si trattava di una paziente – che avevo chiamato Madame Utile – da piccola a scuola stava dietro ad un compagno e, a sei sette anni, aveva deciso che sarebbe stato lui. Mi raccontava che si esercitava a firmare col cognome del compagno di scuola. La cosa è durata quarant’anni ed è lui che, a un certo punto, ha divorziato. E il giorno in cui hanno divorziato, lei ha cominciato a sentire delle voci. Quando veniva da me, sentiva una voce che le diceva “Utile, utile, utile”. Il nome, il patronimico nel quale lei abitava, il nome che aveva perso a causa del divorzio, ritornava sotto forma allucinatoria. E una volta che, progressivamente è riuscita ad adottarmi, la cosa si è calmata. Forse, quando mi ha lasciato, una piccola voce le diceva “Czermak, Czermak, Czermak”.

E tutto questo quindi gira intorno a cosa? Qual è il centro di questo problema, perché bisogna pur usare qualche termine. Qualche tempo fa a Brest, ho conosciuto una donna che aveva un automatismo mentale. Lei aveva trovato un buon posto ed era in relazioni pietrificate, congelate – se volete – ma transferenzialmente irresistibili. Aveva un automatismo mentale molto interessante perché aveva due tipi di voci. Il primo tipo, è ciò che chiamava “voce alta”; il secondo tipo, è ciò che chiamava “voce bassa”, “infra-verbale”, o ancora la “voce off”. La voce altaè quella che sto utilizzando per parlarvi, è caratteristica, non ci si capisce niente, nelle relazioni abituali siamo in piena nebbia, insomma niente di serio, non ci si può fidare di nessuno. E aveva ragione, diceva “In fondo tutti mentono”. E poi nella sua voce infra-verbale, la voce off. Con questa voce si manifestavano molte persone e il rapporto era diretto, franco, limpido, senza ambiguità. Un rapporto assolutamente ideale; lo spessore del linguaggio si volatilizzava. Quindi, nella voce alta, il transfert si fa con della resistenza e nella voce off nessuna resistenza. E allora le avevo posto la domanda: nella questa voce infra-verbale lei ha un fidanzato? Perché si può chiedere a una signora se ha un fidanzato, soprattutto se è psicotica. E mi aveva confessato di sì, e allora è formidabile come sempre Freud direttamente – è formidabile quel che ci si può dire. Lui aveva finito col darle un appuntamento, ma non sono riuscito a sapere dove. Suppongo, dato che eravamo a Brest, che fosse sul Pont de recouvrances – non so come si tradurrebbe in italiano, forse il Pont de retrouvailles (Ponte dei ritrovamenti). Se non avesse trovato il proprio fidanzato sul ponte, lei avrebbe cambiato fidanzato, non è da farne un dramma. Ciò mi aveva portato a considerare – dato che c’erano in corso delle Giornate sul fallo – dov’è il fallo qui? Mi era venuta in mente la formula: il fallo è ciò che permette di biaiser. In francese c’è un gioco di parole: fare delle contorsioni, prendere vie traverse. Ma basta togliere una i e diventa altro: baiser, può significare baciare, o avere un rapporto sessuale, o anche, in gergo, fregare qualcuno. Quindi è il fallo che permette di biaiser. Per questa donna, c’era un registro in cui nessuno poteva biaiser, e poi c’era l’altro registro, che usiamo per parlare, in cui tutti biaisent. Da qui una definizione possibile della funzione del fallo – che ci rinvia sicuramente alla storia dell’amnesia d’identità, dato che in questa storia di falli ce ne sono stati molti.

Ecco le parole che avevo da dirvi a proposito delle vere coppie o delle finte coppie. Questo, comunque, per indicare che, come tutti i clinici, ho fatto veramente coppia con un certo numero di pazienti. Ho provato a farne a meno, ma non potevo farci nulla perché sono cose decise in anticipo dato che, in mancanza di fallo, non c’è più modo di biaiser.

 

(Pubblicato il 10/01/2015 © Copyright Lacanlab.it)

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