Janja Jerkov – Materiali per una grammatica della morte

 

Comunicazione fatta al I seminario residenziale dell’ALI-in-Italia

Associazione Lacaniana in Italia

I Seminario residenziale

Les non-dupes errent

Milano, 3-4 giugno 2011

 

Janja Jerkov  -  Materiali per una grammatica della morte

 

Nel corso del suo insegnamento Lacan ha parlato in vario modo della morte:

1) nel suo aspetto biologico (reale):

- come prematurazione del bambino, a cui è collegato il trauma della nascita e, successivamente, dello svezzamento;

- come intimo legame fra sessuale e mortale. Già Freud aveva fatto la distinzione tra una parte deperibile della materia vivente (soma) e una parte che si trasmette nella specie (germen). Lacan riprende tale osservazione portandola alle estreme conseguenze. In Les non-dupes errent (in seguito Nde) mette infatti in primo piano il rapporto esistente fra sessualità e mortalità: “Freud ha sfiorato la questione… che c’è morte solo dove c’è riproduzione di tipo sessuale” (19.02.1974) e (poco oltre): “Il sesso appartiene alla morte, a meno che non sia la morte ad appartenere al sesso” (ivi).

A differenza degli animali, per i quali l’Umwelt e l’Innenwelt si accomodano vicendevolmente, l’uomo è un animale suicida e, per giunta, un animale che sa di dover morire. L’esempio fatto da Lacan a questo riguardo è quello di Empedocle, che si butta nel vulcano Etna divenendo con ciò il simbolo di chi vuole morire: “L’atto di Empedocle… manifesta che qui si tratta di un volere”.[1] La tendenza suicida nell’uomo rinvia a una faglia che si trova in vari momenti di costruzione dell’edificio umano ed è l’effetto della prematurazione della nascita – prematurazione che fa dell’uomo un animale deficitario.

La pulsione di morte è la grande questione che ha diviso il campo freudiano. I postfreudiani, inorriditi, l’hanno in blocco rifiutata. Solo M. Klein e Lacan hanno avuto il coraggio di accoglierla. Per quest’ultimo, addirittura: “eludere l’istinto di morte dalla sua [di Freud] dottrina, è misconoscerla assolutamente”,[2] come si legge in Sovversione del soggetto e dialettica del desiderio nell’inconscio freudiano. Per Lacan, infatti, la pulsione di morte è una deduzione clinica che gli si impone esplicitamente sin dal 1938 (Les complexes familiaux) e ancora nel 1976, quando scrive: “La pulsione di morte, è il Reale in quanto può essere pensato solo come impossibile. Vale a dire che ogni volta che mostra la punta del naso, è impensabile” (Le Sinthome, 16.03.1976).[3] In questo caso la pulsione di morte vale per Lacan come mito freudiano, ossia come finzione (fiction) che permette di circoscrivere il Reale in quanto impensabile.

2)     nel suo aspetto immaginario: il godimento narcisistico che procura l’immagine dello specchio offre una sorta di compensazione al disagio della prematurazione. Tale godimento narcisistico è in se stesso mortifero: cfr. Narciso, che anziché scegliere il godimento sessuale sceglie di non invecchiare, ma annega.

3)     nel suo aspetto simbolico: Lacan parla di funzione primordiale della morte, legata  all’emergenza del significante. È hegeliano quando afferma che il significante è l’uccisione della cosa. Sottolinea la mortificazione del parlessere derivante dal suo essere assoggettato al significante.

La morte è, per Lacan, installata nel cuore dell’esperienza di discorso e dà senso all’esistenza: il nevrotico si interroga sul senso della vita proprio a partire dall’esperienza della morte. La morte impone a Lacan di utilizzare il concetto di esclusione interna. In Funzione e campo della parola e del linguaggio in psicanalisi (1953) osserva: “Dire che questo senso mortale rivela nella parola un centro esterno al linguaggio, è più che una metafora e manifesta una struttura.”[4] Tale struttura risponde al gruppo relazionale che la logica simbolica designa topologicamente come un anello: il toro.

Dunque, il collegamento fra la topologia e la morte in Lacan non è accidentale. Lo stesso desiderio è costruito come conseguenza logica dell’introduzione di una topologia connessa intimamente alla morte: nell’esperienza analitica possiamo cogliere questo fatto nel progredire di un desiderio che però non ritrova mai l’oggetto che lo ha mosso.

 

Morte ne Les non-dupes errent

(18.12.1973)

Per cogliere l’articolazione di Lacan a questo specifico riguardo bisogna tenere presente alcuni presupposti teorici che segnano l’orizzonte entro cui si muove l’intero seminario XXI:

- Reale come non-rapporto sessuale. Il Reale di Nde non è il Reale della scienza di Newton: lì si trattava di corpi celesti che “sanno” a quale distanza mantenersi nello spazio per non precipitarsi l’uno sull’altro; qui si tratta di un Reale senza legge, che non si lega a niente, slegato dal sapere (e per cui gli effetti dell’interpretazione sono incalcolabili).

- Uno vs Altro. Il punto di partenza di Nde non è l’Altro in quanto Altro del linguaggio, ma l’Uno in quanto tale, nella misura in cui il godimento ha anche fare con l’Uno (Nde, 19.02.1974) e non fonda alcun rapporto con l’Altro. Il godimento fallico non si rapporta all’Altro in quanto tale. Se l’Uno del godimento e l’Altro del linguaggio non sono fra loro in rapporto, allora R, S e I hanno ognuno a che fare con l’Uno (donde, nel seminario XXI, il discorso di Lacan sul numero cardinale, anziché ordinale). Ciò che fonda l’annodamento dei tre anelli in quanto tre Uno è il principio del non-rapporto fra di essi.

- Buco vs mancanza. Il concetto di Uno presuppone l’idea del buco del non rapporto. La mancanza, invece, comporta la nozione di posto: ad uno stesso posto possono iscriversi elementi differenti. Il buco non è dello stesso ordine del posto perché implica la completa assenza di questo e l’assenza degli elementi. Il buco è proprio del Simbolico perché il significante fa buco nel Reale: S corrisponde al buco, ma ogni anello racchiude a sua volta un buco.

NB: In Nde, la morte è posta ancora nel campo del Reale. Già in RSI occuperà il campo del Simbolico. Poiché in quello stesso periodo di tempo, Lacan dichiara a Lovanio che: “La morte è dell’ambito de della fede” (conferenza di Lovanio 13.10.1972)[5], possiamo forse ritenere che ciò su cui lavora qui Lacan è una morte in quanto impensabile e indicibile (ossia, Reale).

In Nde la riflessione sulla morte passa per quella della nuova accezione di Reale, di Tre, di non-rapporto sessuale, di trou. L’articolazione si snoda attorno alla questione dell’amore. Lacan distingue fra:

- Amore divino

- Amor cortese

- Amore del masochista

Di questi tre punti mi concentrerò sull’ultimo, spinta dall’ascolto di un paziente ossessivo che ha cominciato da qualche settimana a venire da me e presenta forti tratti masochistici.

Il masochismo. I testi classici di riferimento sul masochismo sono essenzialmente Un bambino viene picchiato (1919) e Il problema economico del masochismo (1924). In essi Freud distingue fra masochismo erogeno, femminile e morale; pone il problema della reazione terapeutica negativa; parla, fra l’altro, di una spietata tirannia superegoica (che noi potremmo tradurre in termini di tirannia di S1). Ne I quattro concetti della psicanalisi, Lacan affronta la questione della pulsione di morte nel masochista in termini di effetti del significante sul soggetto (presi dal versante dell’automatismo di ripetizione) e sottolinea come, per mezzo della funzione dell’oggetto a, il soggetto cessi di essere-per-la-morte, legato cioè alla vacillazione dell’essere: “La distinzione tra pulsione di vita e pulsione di morte è vera fintanto che manifesta due aspetti della pulsione. Ma ciò succede a condizione di concepire che tutte le pulsioni sessuali si articolino al livello delle significazioni nell’inconscio, nella misura in cui ciò che esse fanno sorgere è la morte – la morte come significante e nient’altro che significante, giacché è possibile dire che ci sia un essere-per-la-morte?”[6] Infatti, non si tratta più di essere, ma di oggetto e la messa in funzione dell’oggetto dipende dal significante (così come illustra l’esperienza del Fort-Da). In altri termini: non è il soggetto come essere ad essere votato alla morte, ma il soggetto che – come effetto del significante – incontra il significante morte: “tramite la funzione dell’oggetto a, il soggetto si separa, cessa di essere legato alla vacillazione dell’essere, nel senso che fa l’essenza dell’alienazione”.[7]

Contrariamente a Freud che vede nel masochismo il congiungimento di godimento e morte, il Nodo borromeo permette a Lacan di evitare il collasso, introducendo il corpo, ossia il 3° anello del Nodo – accanto a morte (Reale) e godimento sessuale (Simbolico). Se infatti il sesso nella relazione ha strutturalmente a che fare con l’Altro (cioè con la relazione simbolica), ne deriva che esso ha a che fare con la morte (essendo il campo della morte simbolica inscritto nell’Altro del linguaggio).

Per Lacan, dunque, il masochismo non è una forma di comportamento sessuale (e, con ciò, Lacan vanifica la necessità logica freudiana di fare delle distinzioni), ma esito della congiunzione del sesso con la morte.[8] Per Lacan il masochista è colui che, di fronte al problema che è di noi tutti (ossia quello di inventare qualcosa per colmare il buco – trou – nel Reale in modo da saperci fare con il troumatisme), ha scelto un modo decisamente stupido (con) di risolverlo poiché, se vogliamo che il Reale in qualche misura “funzioni”, dobbiamo farlo entrare come tre…(Nde, 19.02.1974).

Il transfert. Se nel masochista la relazione con l’Altro resta prigioniera della spinta mortale, va da sé che non c’è spazio per l’amore di transfert (se il transfert è un amore che di per sé non comporta il segno dell’amore sessuale e, dunque, la morte). Se il transfert stenta a impiantarsi, perdiamo l’unica possibilità a nostra disposizione per far smuovere il soggetto in rapporto a un sapere.

Nel masochista non c’è spazio per il desiderio poiché – dice Lacan – il suo desiderio è posto nel Reale. Credo di poter interpretare: nel Reale in quanto il desiderio è pura mancanza ad essere che fonda il Simbolico e che è sita al punto d’incrocio dell’annodamento. In quanto mancanza ad essere, l’oggetto  ha dunque a che vedere con la morte.

L’utilità del ricorso al Nb nel trattamento del masochismo. P.-Ch. Cathelineau ha messo in risalto la tirannia esercitata sul masochista dal discorso del Maître.[9] E ricorda anche che, per poter tirar fuori il paziente dal senso di colpa inconscio che lo attanaglia, il ricorso al Nodo borromeo costituisce uno strumento di aiuto importante. Leggiamo infatti nel Sinthome: “E’ in quanto regna il discorso del Maître che S2 si divide. La divisione di cui si tratta è quella fra simbolo e sintomo. Tale divisione si riflette nella divisione del soggetto”.[10] Per Cathelineau, la trasformazione di S2 introduce della temperanza nel discorso del Maître: infatti il Sinthomo, ci dice, funzione come Nome-del-Padre, ossia come garante di temperanza.

Masochismo femminile/transessualismo. Come è noto, Lacan si mostra molto dubbioso sull’esistenza di un masochismo femminile: “il preteso valore del masochismo femminile… conviene metterlo nella parentesi di una seria interrogazione”[11] Tuttavia le esperienze di Mme de Guyon, S. Weil e K. Hittelsum quali ce le riporta C. Millot in La vie parfaite[12] ci inducono a interrogarci. La trasformazione topologica operata dall’esperienza mistica di queste figure femminili mirava a mettere il principio di piacere fuori gioco tramite una forzatura del dolore. Ma, sebbene tale forzatura trasgredisca l’abituale limite che solitamente le persone si danno, per C. Millot ciò non ha a che vedere con il masochismo, sì invece con una volontà di indifferenza e di abolizione della distinzione fra buono e cattivo messa in opera dal giudizio di attribuzione. Si tratta davvero di questo nella ricerca di una perdità totale di sé il cui spazio è definito dalla volontà di Dio e la cui soglia è segnata dal dolore? L’interrogativo mi sembra tanto più lecito se teniamo conto anche di un’altra grande questione: quella del masochismo del transessuale. Secondo Ch. Melman in La question de l’identification sexuelle[13] i transessuali sono soggetti indotti dalle circostanze della loro vita (figli di madri rimaste sole) a un tipo di fallicismo sostenuto e affermato solo dalla posizione femminile. Si tratta di persone convinte che per realizzarsi perfettamente possano farlo solo in posizione femminile. Per questo motivo, secondo Melman, “il masochismo fa parte della dimensione del transessuale”. Ma se ciò è vero, che ne è dunque del rapporto fra masochismo e femminile?

 


[1] J. Lacan, Posizione nell’Inconscio. In: J. Lacan, Scritti, op. cit, p. 846.

[2] J. Lacan, Sovversione del soggetto e dialettica del desiderio nell’inconscio freudiano. In: J. Lacan, Scritti, op. cit., p. 805.

[3] J. Lacan, Le Séminaire. Livre XXIII. Le sinthome. Paris 2005, p.

[4] J. Lacan, Funzione e campo della parola e del linguaggio in psicoanalisi. In: J. Lacan, Scritti II. A cura di G. Contri. Torino 1974, p. 314.

[5] J. Lacan, La mort est du domaine de la foi. www.psychasoc.com

[6] J. Lacan, Les quatre concepts fondamentaux de la psychanalyse. Séminaire XI. Paris 1973, p. 232.

[7] Ivi, p. 232.

[8] Un esempio particolarmente significativo di questa congiunzione sono, a mio parere, Luminal di Isabella Santacroce e, più in generale, le opere della c.d. letteratura cannibale che, a partire dagli anni ’90, si è manifestata in Italia.

[9] P.-Ch. Cathelineau, Masochisme et culpabilité.(16.01.1996). www.freud-lacan.com

[10] J. Lacan, Le sinthome, op. cit., p. 23.

[11] J. Lacan, Le Séminaire livre XI. Les quatres concepts fondamentaux de la psychanalyse. Paris 1973, p. 175-176.

[12] C. Millot, La vie parfaite. Jeanne Guyon, Simone Weil, K. Hittelsum. Paris 2006

[13] Ch. Melman, La question de l’identification sexuelle. www.freud-lacan.com

 


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