F. Gambini – Considerazioni attorno alla nozione che c’è un sapere del Reale e, dunque, dell’Inconscio

Comunicazione fatta al I seminario residenziale dell’ALI-in-Italia

Associazione Lacaniana in Italia

I Seminario residenziale

Les non-dupes errent

Milano, 3-4 giugno 2011

Fabrizio Gambini

Vinceranno loro

Considerazioni attorno alla nozione che c’è un sapere del Reale e, dunque, dell’Inconscio

Nell’occasione del 7° congresso dell’École freudienne de Paris, a Roma, Lacan pronuncia una celebre conferenza, che chiama La Troisième. La conferenza è pubblicata in appendice all’ultima versione del Seminario 1973 – 1974, Les non-dupes errent e, in questa conferenza, Lacan abbozza una scrittura del nodo. La presenza di Lacan a Roma offre anche lo spunto ad una sua osservazione, che così viene riportata: “Vinceranno loro”.

“Loro” sono le cupole delle chiese di Roma, ovvero la Religione: l’ipostatizzazione d’un soggetto nel luogo della trascendenza. Nel caso specifico di Roma, e a questo si riferiva Lacan, questo soggetto ha la caratteristica di essere assieme uno e trino, quel che fa della cattolica la “vera” Religione. Ma “Loro” è anche un soggetto declinato alla terza persona plurale che, nella sua indeterminazione, si presta a far da schermo a quanto la paranoia proietta in quello stesso spazio che, allo sguardo della paranoia, cessa di essere di trascendenza. In entrambi i casi, o almeno è questa la mia tesi, “loro” vinceranno.

Si tratta di una tesi che argomenterò a partire dalla lettura del seminario. Ovverosia svilupperò, nella direzione indicata, la questione a partire dalle quale mi sono trovato a interrogare il seminario stesso, che è triplice:

 

1.     C’è un sapere nel Reale?

2.     C’è differenza tra questa nozione e la nozione di un sapere dell’inconscio?

3.     Qual è lo statuto di questo sapere? E, quarta questione, qual è la sua importanza clinica?

La risposta di Lacan alla prima questione sembra inequivoca: si, c’è un sapere nel Reale. È difficile darne degli esempi. Se il sapere del Reale potesse essere esemplificato come tale, e dunque enunciato, allora sarebbe almeno in uno spazio comune al Reale e all’Immaginario, ciò che, necessariamente, ne farebbe un sapere non soltanto Reale.

Per cercare di farmi capire, cercherò comunque di passare attraverso degli esempi, ma vorrei subito far notare che già qui siamo in pieno nel problema: non c’è modo di parlare del nodo se non essendo dentro il nodo stesso. Questo resta vero per quanto ci si sforzi di ridurre il nodo ad una pura scrittura, ad un matema. Si tratta cioè di una riduzione necessariamente incompiuta. Il nodo non si lascia ridurre al suo Simbolico, o al suo Reale e, per quanto sembri apparentemente più facile, neanche al suo Immaginario. Una delle sue caratteristiche è infatti che i tre anelli non si differenziano tra loro per nessuna qualità se non quella di essere tre, e che ognuno dei tre è diverso dall’altro soltanto per il fatto di esserne distinto in quanto uno dei tre. Eppure Reale, Simbolico e Immaginario non sono la stessa cosa. È la conclusione della troisième:

Se riuscite davvero a leggere ciò che c’è in questa messa in piano del nodo borromeo, penso che possiate concludere un affare che può esservi altrettanto utile della semplice distinzione del Reale, del Simbolico e dell’immaginario.

In altra parole il nodo, la sua messa in piano, come ricorda Lacan, non serve a distinguere i tre registri, bensì a fare i conti con il fatto che ognuno dei tre esiste in quanto esistono gli altri due.

Dunque, per cominciare a sostanziare quanto voglio dire, per iniziare ad esemplificare, a trovare dei punti di repere per il ragionamento, partirò dalla nozione che c’è del sapere nel Reale e dal rapporto che questa nozione ha con il discorso della Scienza.

Per cogliere ciò di cui si tratta, possiamo riferirci alla celebre affermazione di Einstein che Dio non gioca a dadi con l’universo. Ma possiamo anche riferirci all’esplicita affermazione di Edward Wilson secondo la quale esiste una strategia del DNA, e l’organismo non ne sarebbe che un epifenomeno: il solo modo con cui il DNA produce altro DNA. Cito solo un passaggio:

Il complesso limbico-ipotalamico delle specie altamente sociali, come ad esempio l’uomo, sa, o meglio è programmato per comportarsi come se sapesse, che I geni soggiacenti prolificheranno al massimo delle loro possibilità, solo se egli [il sistema libico-ipotalamico n.d.r] riesce a orchestrare risposte comportamentali che mettono in gioco una commistione efficiente di sopravvivenza personale, riproduzione e altruismo.[1]

Come si vede il riferimento alla nozione di sapere è esplicito e certamente possiamo dire che si tratta di una metafora, ma non è come metafora che Lacan tratta lo stesso punto:

“…Ma non è di questo che si tratta quando vi pongo la questione C’è del sapere nel Reale? Perché questo è quel che abbiamo incontrato il giorno in cui, del Reale, siamo riusciti a staccarne un pezzetto, ovvero è quel che abbiamo incontrato al momento di Newton, in cui, in qualche modo, è successo. E là, affinché il Reale funzioni, almeno il Reale della gravitazione, e non è poco perché siamo tutti inchiodati a questa gravitazione, niente popò di meno che attraverso il nostro corpo fino a nuovo ordine – non che si tratti di una proprietà come il seguito ha ben dimostrato, ma siamo comunque inchiodati a questo Reale! – e là, che cos’era alla fine che preoccupava la gente al momento di Newton? Niente di meno che questo, di cui dirò che concerneva ciò di cui si trattava, ovvero le masse – è il caso di dirlo, le masse! – com’è che queste masse potevano, loro, sapere a quale distanza esse fossero dalle altre masse al fine di poter osservare la legge di Newton?”

“È chiarissimo”, aggiunge Lacan, “che là c’è bisogno di Dio”.[2]

Come si vede siamo lontanissimi dall’uso metaforico del termine “sapere” ed è di una vera questione che si tratta.

C’è del sapere nel Reale! E non c’è bisogno dell’inconscio di Freud perché ce ne sia: ce n’è secondo tutte le apparenze, senza di che il Reale non funzionerebbe[3]

Dunque, ripeto, c’è un sapere nel Reale e questo sapere, l’abbiamo visto, necessita della presenza di Dio. Diciamolo meglio: l’attribuzione del sostantivo “sapere” a ciò che c’è nel Reale necessita che venga messa in opera una funzione “Dio”.

“Può essere”, dice Lacan, “che se si potesse grattar via tutto il senso, si avrebbe allora una possibilità di accedere al Reale”[4]. Questo significa che se ciò che c’è nel Reale potesse essere concepito altrimenti che come un sapere, allora potremmo liberarci della necessità di supporre un soggetto a questo sapere. Ma questo è proprio quanto è proibito. Almeno io capisco da questo punto di vista la lettura di Lacan della Genesi:

In tutto ciò c’è qualcosa che dimentichiamo, ed è proprio l’albero. Quel che è enorme è che non ci si renda conto che è lui ad essere proibito. Non il serpente, non la mela, non la cretina e non il cretino, è l’albero ciò a cui non bisogna avvicinarsi!! E a lui, non pensa più nessuno…è ammirevole! Ma lui, l’albero…che cosa pensa?[5]

Vogliamo dirlo? Dio, il soggetto supposto al sapere del Reale, l’agente della proibizione e, sicuramente, una delle possibili figurazioni del Nome-del-Padre, si erge come una barriera insormontabile tra noi, i cretini e le cretine, e il ciò che c’è nell’albero, ovvero nella natura, nel suo Reale. Siamo di fronte a qualcosa con cui la psicoanalisi dovrebbe averci familiarizzato, anche se resta difficile assumerlo fino alle estreme conseguenze. Si tratta della nozione che è dal divieto che si struttura il rapporto del soggetto all’impossibile. E questo significa che un impossibile che sia un puro Reale, qualcosa che sia cioè semplicemente fuori dal novero delle possibilità, altrettanto semplicemente, non esiste, non ex-siste. Per questo non c’è pensiero dell’albero se non attraverso il divieto che lo istituisce, complice la mediazione di un agente.

In sostanza ciò di cui si tratta è che la sostantivazione delle leggi di natura (DNA, funzionamento dell’universo secondo la teoria della relatività o della gravitazione universale) in termini di “sapere”, ci imbarazza, come pesci davanti ad una mela (io almeno lo sono) in quanto, per noi parlanti, la nozione di sapere non va senza un soggetto che le possa venir supposto. Se c’è del sapere, necessariamente, si pone la questioni di chi sa. Questo soggetto supposto (e dunque anche, necessariamente, Immaginario ma la cui necessità dimostra anche il nostro rapporto alla funzione de I Nomi del Padre che organizza il nostro necessario supporre un soggetto al sapere) ci imbarazza in quanto vorremmo poterci riferire alla scienza come ad un puro Simbolico. A un Simbolico, se così posso dire, non incidentalizzato, dal rapporto strutturale alla funzione de I Nomi di Padre. In altre parole, è la forma concreta che assume per ognuno di noi il nodo, che ci imbarazza.

Ora, per proseguire la nostra interrogazione, Il sapere che costituisce il sintomo è lo stesso sapere di quello a cui si riferisce la scienza quando parla di sapere nel Reale?

Lacan non è esplicito, ma direi di no, almeno per un aspetto. Che si tratti di una formazione psicotica, nevrotica, fobica o perversa, il suo statuto è quello di un sapere nel Reale che non è a disposizione della coscienza. Anzi, di più: è un sapere che, letteralmente, è introdotto dall’affermazione “Dottore, non so perché ma…”. A titolo d’esempio, al fine che ognuno possa riferirsi ad uno scenario concretamente immaginabile, citerò il “Glanz auf der Nase” di cui parla Freud. Il paziente non sa perché, ma necessita quel “Glanz” (quel luccichio), di cui noi sappiamo l’origine in rapporto al “Glance”, allo sguardo. Ora, dov’è che possiamo situare il sapere che lega il “Glanz” al “Glance”? Evidentemente non si tratta di una questione mirata a localizzare la base organica della permanenza del sintomo (ricerca che testimonia di un biologismo ingenuo che non tiene conto del materialismo estremo di cui da prova la psicoanalisi appellandosi, sola tra tutte le scienze, alla matericità del significante), bensì mirata a coglierne lo statuto logico, ovvero topologico, della sua localizzazione.

Il nodo ci aiuta dicendo che questo, il sintomo, si trova nello spazio tra Reale e Simbolico e il significante che lì insiste è, nella bizzarra e utile matematica lacaniana, S2. Ovvero è di un sapere che si tratta, sapere dell’Inconscio che sfugge allo sguardo della coscienza, la quale conserva la propria strutturale illusione di poter sapere tutto mentre, per quel che riguarda l’Inconscio, è di un altro sapere che si tratta.

Per tornare all’inizio, a loro, a chi vincerà, ma si tratta qui solo d’una ipotesi di lavoro, bisognerebbe interrogare da questo punto di vista le paranoie: da un lato la continuità tra il sapere della scienza e quello delle paranoie (i paranoici interrogano il sapere dell’Inconscio con gli strumenti con cui la scienza indaga il sapere della natura), dall’altro la frattura tra le due posizioni logiche (Reale dell’Inconscio, Reale della natura) in cui si articola il rapporto a questo sapere. Con un capitolo aggiuntivo, che interroghi, da questo punto di vista, il fenomeno complesso delle credenze.

 


[1] Edward O. Wilson, Sociobiology. The New Synthesis, The Belknap Press of Harward University Press, 2000, p. 4. per una trattazione più ampia della questione si veda: F. Gambini, L’ora del falso sentire, FrancoAngeli, Milano 2011. In particolare il capitolo Da Charles Darwin a Oscar Wilson, pp. 223 – 238.

[2] Lezione del 23 aprile 1974, p. 190, 191.

[3] Ibidem, p. 188.

[4] Ibidem, p. 182.

[5] Ibidem, p. 183

 

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