Enrico Miccoli – Capacità d’intendere e di volere

Capacità d’intendere e di volere

La vacillazione del significante

Enrico Miccoli

 

Un uomo sulla quarantina va via dal suo paese per andare a vendere oggetti nei mercati all’altro estremo d’Italia; va via perché – dice – riceveva vessazioni di tutti i generi e anche il sindaco del paese s’era messo a fargliene di tutti i colori; la moglie lo lascia e perde anche il buon posto di lavoro che aveva là.

Durante uno di questi mercatini, vede che un altro che sta vendendo oggetti come lui, espone un grande crocifisso; solo che il Cristo ha la sua faccia e sopra la testa reca un grosso polpo d’acciaio che la sta artigliando. Preoccupato da quella vista, chiama i Vigili Urbani, dicendo che è minacciato da quell’altro e chiedendo loro di accertarne le generalità. I Vigili gli chiedono perché e lui spiega della faccia uguale alla propria e del polpo; naturalmente, nasce un diverbio e alla fine i Vigili chiamano i Carabinieri, e ne deriva un parapiglia. Alla fine, l’uomo viene processato, condannato per resistenza a Pubblico Ufficiale e portato in galera.

Al colloquio psicologico Nuovi Giunti1, “qualcuno” si accorge che delira, finalmente, e viene trasferito; ma non doveva neanche essere processato, perché totalmente incapace di intendere e di volere. Nessuno si è accorto che delirava ed è stato processato come un attaccabrighe con le Forze dell’Ordine.

Ha avuto a che fare con Vigili, Carabinieri, l’Avvocato, il PM, il Magistrato che l’ha condannato; nessuno si è accorto che delirava. Magari, si può dire che non è il loro mestiere, ma davanti a uno che parla di una faccia di Cristo uguale alla propria, artigliata da un polpo metallico, e quindi chiama i Vigili, ecc. ecc., qualche sospetto dovrebbe venire a chiunque…. Ebbene, non è venuto. Perché?

C’è un’evidenza che copre un’altra evidenza; c’è qualcosa che appare evidente a qualcuno: “Questo ci sta pigliando in giro…” e questa evidenza nasconde il fatto che è evidente che costui delira. Che cosa ha impedito di accorgersene?

Certamente, si è trattato di una situazione limite, ma – proprio per questo – è particolarmente utile per mettere in risalto qualcosa che altrimenti è difficile da mostrare. Sarebbe stato necessario che qualcuno cogliesse il fatto che quell’uomo non stava dicendo: ”So bene che lì non c’è niente del genere di quello che sto dicendo, ma – per qualche ragione a voi ignota – voglio insistere sul fatto che costui mi sta minacciando e voglio conoscere le sue generalità; quindi vi prendo per il naso raccontandovi storie demenziali”. Non stava facendo quello; stava dicendo: “Ho visto un Cristo con la mia faccia e un mostro d’acciaio che lo artiglia; mi ha preso un’angoscia infinita, perché ho capito che chi mi stava mettendo di fronte a tutto ciò stava in realtà ponendo violentemente in questione la mia persona, alludeva a qualcosa che mi riguardava, mi minacciava e ho avuto bisogno di chiedere aiuto a qualcuno che – essendo un rappresentante delle forze dell’ordine – avrebbe dovuto proteggermi”.

Sono due giri di parole che forniscono una scenografia – un senso – completamente diverso delle stesse identiche parole pronunciate da quell’uomo. È quello che si chiama interpretare ciò che viene detto; interpretare è collocare una fila di parole in relazione a uno scenario immaginario, concernente cioè la rappresentazione che si dà della realtà in quel momento. In realtà, interpretiamo molto più spesso di quanto crediamo, perché frequentemente ciò che udiamo è solo apparentemente evidente e univoco.  Allora, si vede che la fila di parole pronunciata in questo caso – Cristo con la mia faccia, polpo d’acciaio, minaccia – funziona come un cardine sul quale ruotano diverse rappresentazioni della realtà fino a collocarsi davanti ai nostri occhi, mentre le altre sfilano fuori vista; infatti, non è detto che siano due, possono essere diecimila.

E qui sta la questione; per collocarsi in questo punto di osservazione, dal quale si assiste al ruotare di una realtà-giostra che si mostra vorticosamente con un cavallino dondolante, una carrozza, un drago e via via velocemente una mongolfiera, una barca, un’automobilina ecc. ecc…. ci vuole una speciale disposizione d’animo. L’angoscia derivante dalla vertigine in cui si è presi non ha niente a che fare con il piacere, mentre il normale funzionamento immaginario richiede, o meglio spera, che si possa fermare la giostra e capirci qualcosa. Tutti coloro che hanno avuto una parte in questa storia- vera, non l’ho inventata – soffrivano particolarmente di vertigini, diciamo così, e non amavano esperire la mutevolezza del senso. Questo fatto, che quando qualcuno parla non dice solo quello che dice, ma dice anche dell’altro, è una cosa che terrorizza.

La vorrei chiamare vacillazione del significante; il significante, cioè la parola, non vuol dire niente e assume un significato solo a posteriori, quando ci passa davanti la barchetta e diciamo: “è una barchetta”. In effetti, non ci possiamo attaccare a niente, perché un attimo dopo è un cavalluccio marino. Ciò che al primo vorticoso giro ci appare come un attaccabrighe indisponente, al secondo si rivela essere, anche, un poveraccio preso in un delirio da cui non può venir fuori.

Questa impossibilità di collocare la parola in un rapporto saldo con il reale costituisce il soggetto umano come privo di fondamenta; che è proprio l’horribile visu verso il quale si può assumere quell’atteggiamento radicalmente evitante che può far accadere una cosa come quella che ho raccontato.

A proposito della valutazione della capacità d’intendere e di volere, vorrei allora introdurre un concetto che, spero, sia un po’ rivoluzionario; è il concetto di capacità d’intendere (e di volere) del periziante, da considerare prima della capacità di intendere (e di volere) del periziato, ovviamente.

Dall’esempio che ho portato si comprende come il periziante possa essere considerato capace di intendere (e di volere) solo se sa qualcosa della vacillazione del significante, altrimenti non è davvero nelle condizioni d’ascolto sufficienti per sapere qualcosa del soggetto che ha davanti e che deve periziare.

L’esperienza della perizia psichiatrica comune, invece, ci offre che cosa? Ci offre una valutazione della capacità di intendere e di volere che cerca di aggrapparsi miseramente a considerazioni oggettive e scientificheggianti; ad esempio, ci si può imbattere nella considerazione che il tale o la tale si trovavano in condizioni emotive così turbate da far “grandemente scemare la capacità di intendere (o di volere)”. Ma quanto ciò sia fuori luogo e irrisorio, come argomentazione, è mostrato proprio dall’esempio che ho riportato; il soggetto di cui sto parlando era d’umore non alterato, sostanzialmente calmo, parlava con espressione appropriate ed era “orientato nel tempo e nello spazio”; cionondimeno, era totalmente incapace d’intendere e di volere.

 

 

 

 

 

 


1 Il colloquio Nuovi Giunti è il primo colloquio che lo psicologo del carcere svolge con il detenuto appena entrato, che è previsto dalla legge soprattutto – ma non solo – per la prevenzione del suicidio.

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